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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 4256/2024 del 31/01/2024

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorrente impugnava esclusivamente la valutazione della sussistenza dell'aggravante di cui all'art. 416-bis.1 c.p. (agevolazione mafiosa) relativa al capo 15, che concerneva la cessione di circa 3 kg di marijuana e 500 g di cocaina. Sosteneva che il quadro indiziario non dimostrerebbe la finalità specifica di agevolare l'organizzazione mafiosa (destinando profitti al mantenimento dei capi detenuti), evidenziando piuttosto che le intercettazioni e i rapporti emersi (in particolare con Nicola Bruno) indicano un interesse personale e rapporti di fornitura, senza elementi concreti che colleghino la condotta all'intento di procurare risorse alle casse del clan.

La decisione

La Corte ha ritenuto il ricorso fondato. Ha annullato l'ordinanza impugnata e ha disposto il rinvio per nuovo giudizio al Tribunale del riesame di Bari, perché motivi contraddittori e carenze probatorie non consentono di affermare la sussistenza dell'aggravante. La Corte ha censurato l'assenza di spiegazioni sul nesso strumentale tra la cessione e la finalità di mantenere i vertici del clan, ha richiamato la necessità di verificare la finalità specifica e la consapevolezza dell'aiuto all'associazione nel suo complesso e ha indicato i principi giurisprudenziali applicabili (tra cui i precedenti Zindato e Coluccio). Ne consegue che la valutazione sulla sussistenza dell'aggravante deve essere rinnovata dal Tribunale alla luce delle precisazioni fornite.

Norme richiamate

  • art. 416-bis.1 cod. pen.

    L'aggravante ha natura soggettiva: richiede il dolo specifico di agevolare l'associazione mafiosa. Non è sufficiente che il reato avvantaggi singoli associati; occorre che l'attività sia diretta a favorire l'organizzazione nel suo complesso e che l'autore sia consapevole di tale finalità.

  • Giurisprudenza: Sez.5 n.28648 del 17/3/2016 (Zindato) e Sez.3 n.45536 del 15/9/2022 (Coluccio)

    I precedenti precisano che per configurare l'aggravante dell'agevolazione mafiosa è necessaria una rigorosa verifica in sede probatoria della finalità specifica di favorire la mafia e della consapevolezza dell'ausilio; va evitata la diluizione della circostanza nella semplice contiguità ambientale o nella mera presenza di rapporti con associati.

Massime di principio

  • Per applicare l'aggravante di cui all'art. 416-bis.1 c.p. è necessario provare il dolo specifico: la condotta deve essere finalizzata a far trarre beneficio all'organizzazione mafiosa nel suo complesso, non basta il vantaggio per singoli affiliati.
  • Rapporti commerciali o di fornitura con soggetti organici al clan non determinano automaticamente l'aggravante; occorre dimostrare la strumentalità del comportamento rispetto alle esigenze dell'associazione (es. destinazione di proventi alle casse del clan).
  • Frasi isolate o accenni nelle intercettazioni che esprimono solidarietà o aiuto personale (es. "mangia pure lui") possono essere ambigue e non sono di per sé sufficienti a fondare l'aggravante senza ulteriori elementi probatori che colleghino la condotta agli scopi dell'organizzazione.
  • Il giudice deve motivare esplicitamente il nesso tra condotta e finalità agevolativa indicata nell'imputazione provvisoria; la ricostruzione deve conformarsi alla specifica formulazione della contestazione cautelare.
  • In fase cautelare è consentita una certa duttilità della contestazione provvisoria, ma la gravità indiziaria che sostiene misure restrittive deve comunque essere adeguatamente dimostrata in relazione all'aggravante asserita.
  • In situazioni analoghe, chi difende dovrebbe contestare la sussistenza del dolo specifico e l'insufficienza degli elementi indiziari, mentre l'accusa dovrà fornire elementi chiari di finalità e consapevolezza dell'agevolazione all'organizzazione.

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