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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 35431/2023 del 23/08/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente impugnava la sentenza della Corte d'appello di Bari che lo aveva ritenuto penalmente responsabile per i reati fiscali di cui ai capi A) e C) (artt. 4 e 2 d.lgs. n. 74/2000), deducendo l'assenza del dolo specifico. Sosteneva di essere stato amministratore solo formalmente, prestanome del suo "amico" Francesco Giordano, il vero gestore, e lamentava che le dichiarazioni fiscali contestate non fossero state sottoscritte da lui ma dal consulente della società; allegava una sentenza del Tribunale di Milano a supporto della propria estraneità e chiedeva che la Corte di cassazione annullasse per vizio di motivazione in ordine all'elemento soggettivo.

La decisione

La Corte di cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza, genericità e per essere stato proposto con ragioni non consentite, rilevando che il ricorrente non si è confrontato con le specifiche argomentazioni della sentenza impugnata e in pratica chiedeva una rivalutazione del materiale probatorio. La corte ha richiamato il principio secondo cui il dolo specifico dell'amministratore di diritto, che è mero prestanome, può desumersi dal complesso dei rapporti con l'amministratore di fatto e dalla macroscopica illegalità dell'attività, osservando l'elevato ammontare delle poste fiscali contestate come indice di consapevolezza. Conseguentemente il ricorso è stato rigettato; il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e a versare Euro 3.000,00 alla cassa delle ammende ai sensi dell'art. 616 c.p.p.

Norme richiamate

  • d.lgs. n. 74 del 2000

    Si tratta dei reati tributari contestati; la Corte conferma che, anche per tali reati, il dolo specifico dell'amministratore 'di facciata' può essere desunto dal complesso dei rapporti con l'amministratore di fatto e dalla macroscopica illegalità dell'attività svolta

  • art. 616 cod. proc. pen.

    Norma richiamata quale base per l'obbligo del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma da versare alla cassa delle ammende in caso di inammissibilità del ricorso

  • d.l. 28 ottobre 2020, n. 137

    Predisposizione procedurale utilizzata per la trasmissione delle richieste scritte del Pubblico Ministero alla Corte di cassazione; il PM ha chiesto l'inammissibilità del ricorso

  • Sentenza Corte cost. 13 giugno 2000, n. 186

    Giurisprudenza di riferimento richiamata in relazione alla determinazione dell'entità della sanzione pecuniaria (cassa delle ammende) in caso di inammissibilità non colpevole

Massime di principio

  • Un ricorso per cassazione deve specificamente confrontarsi con le motivazioni della corte di merito: la semplice ripetizione delle censure già disattese è generica e può determinare l'inammissibilità
  • La Corte di cassazione non può riesaminare i fatti né effettuare una nuova valutazione delle prove; può solo controllare la congruità e la logicità della motivazione del giudice di merito
  • Nel caso dell'amministratore formale (prestanome), il dolo specifico relativo ai reati tributari può essere desunto dal complesso dei rapporti con l'amministratore di fatto e dalla macroscopica illegalità dell'attività aziendale
  • L'allegazione di mancata sottoscrizione di atti o di ignorance contabile deve essere provata e confrontata con gli elementi oggettivi (es. sottoscrizione di contratti, importi macroscopici, corrispondenze) utilizzati dal giudice di merito
  • Se il ricorso è dichiarato inammissibile per genericità o manifesta infondatezza, il ricorrente può essere condannato alle spese processuali e a versare una somma alla cassa delle ammende

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