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Sentenza

Sentenza n. 585/2026 - C.g.a.r.s, Sezione 1

per la riforma della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Prima) n. -OMISSIS-, resa tra le parti;

Giustizia amministrativa202400866

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale
CGARSSentenzaAzione di annullamento

Atto impugnato: Sentenza del TAR Sicilia - Catania che aveva dichiarato inammissibili il ricorso e i motivi aggiunti contro la diffida ministeriale e gli atti successivi della procedura di bonifica

Esito

INAMMISSIBILITA

Favorevole al resistente (amministrazioni e controinteressata)

Prevale l’amministrazione

La controversia

La società aveva impugnato la diffida ministeriale del 7 settembre 2017, con cui era stato intimato alle imprese insediate nel SIN di Priolo Gargallo di avviare entro novanta giorni le procedure di bonifica e ripristino ambientale della Rada di Augusta, nonché tre atti successivi mediante motivi aggiunti. Il TAR aveva dichiarato inammissibile il ricorso introduttivo, qualificando la diffida come atto meramente sollecitatorio e non immediatamente lesivo, e aveva dichiarato inammissibili i motivi aggiunti per la natura endoprocedimentale o non provvedimentale degli atti impugnati. La società ha proposto appello in via cautelativa, non contestando il dispositivo della sentenza, ma soltanto il passaggio motivazionale secondo cui la diffida avrebbe avuto carattere meramente ricognitivo di obblighi che l'Amministrazione assumeva come preesistenti. Secondo l'appellante, tale formulazione avrebbe potuto implicare un avallo giudiziale alla tesi ministeriale sull'esistenza di obblighi di bonifica già accertati. La stessa società ha tuttavia dichiarato che, ove il CGARS avesse ritenuto che il TAR non avesse aderito alla posizione dell'Amministrazione, l'appello avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile per difetto di interesse.

La decisione

Il CGARS ha dichiarato l'appello inammissibile per difetto di interesse. Ha rilevato che la sentenza del TAR era una pronuncia di rito e non aveva accertato, né in dispositivo né in motivazione, l'esistenza di un obbligo di bonifica a carico della società, né la fondatezza della diffida ministeriale. La formula secondo cui la diffida era ricognitiva di obblighi che l'Amministrazione assumeva come preesistenti esprimeva soltanto la posizione dell'Amministrazione e non un accertamento giudiziale. Il verbo "assume" indicava che il TAR aveva registrato la premessa dalla quale l'Amministrazione muoveva, senza farla propria e senza scrutinare nel merito l'esistenza dell'obbligo. La qualificazione della diffida come non immediatamente impugnabile era quindi una valutazione di rito, incompatibile con un contestuale accertamento sostanziale sulla responsabilità per la contaminazione. Mancando una statuizione sfavorevole e una soccombenza dell'appellante, difettava l'interesse concreto e attuale all'impugnazione ai sensi dell'art. 100 c.p.c., applicabile al processo amministrativo tramite l'art. 39, comma 1, c.p.a. L'inammissibilità discendeva anche dalla clausola contenuta nell'atto di appello, con cui la società aveva subordinato il proprio interesse all'ipotesi che la sentenza del TAR avesse avallato la tesi ministeriale, riconoscendo espressamente che, in caso contrario, l'appello avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile. Il giudicato formatosi sulla sentenza di primo grado resta limitato al profilo processuale dell'inammissibilità e non copre il merito dell'esistenza, titolarità o estensione degli obblighi di bonifica; la società conserva quindi tutte le proprie difese in un eventuale futuro giudizio contro il provvedimento finale. Le spese del grado sono state integralmente compensate in ragione della peculiarità e complessità della vicenda.

Norme richiamate

  • art. 100 c.p.c.

    interesse personale, attuale e concreto

    L'interesse ad agire e, simmetricamente, l'interesse a impugnare richiede un'utilità concreta e attuale; il mero timore di un possibile uso futuro della motivazione della sentenza non è sufficiente.

  • art. 39, comma 1, c.p.a.

    Consente l'applicazione al processo amministrativo delle disposizioni del codice di procedura civile, tra cui l'art. 100 c.p.c., in quanto compatibili.

Massime di principio

  • Una sentenza di rito che dichiara inammissibile il ricorso per difetto di lesività dell'atto non accerta, neppure implicitamente, la fondatezza sostanziale della pretesa amministrativa sottostante, salvo che contenga un'espressa statuizione di merito incompatibile con la pronuncia processuale.
  • La qualificazione giudiziale di un atto come ricognitivo di obblighi che l'Amministrazione assume come preesistenti registra la posizione dell'Amministrazione, ma non equivale all'accertamento dell'effettiva esistenza degli obblighi da parte del giudice.
  • L'impugnazione della sola motivazione di una sentenza è ammissibile soltanto quando la motivazione arrechi una soccombenza o un pregiudizio concreto, attuale e giuridicamente rilevante; non è sufficiente il timore di un suo possibile utilizzo futuro da parte dell'Amministrazione.
  • Il giudicato formatosi su una sentenza di rito copre il presupposto processuale deciso, ma non preclude un successivo giudizio di merito sull'esistenza, titolarità o estensione del rapporto sostanziale non esaminato.
  • Una dichiarazione processuale con cui la parte subordina il proprio interesse all'impugnazione a una determinata interpretazione della sentenza può condurre all'inammissibilità del gravame quando il giudice escluda proprio l'interpretazione idonea a configurare la soccombenza.

Come è indicizzato

MaterieBonifiche e siti contaminatiLegittimazione e interesse a ricorrere
RamiAmbienteProcesso amministrativo
IstitutiLegittimazione e interesse a ricorrereOnere della prova e principio dispositivo

Testo integrale

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