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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 42762/2024 del 21/11/2024

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

La ricorrente contestava il mantenimento del sequestro probatorio di un telefono cellulare e della copia forense: a) sosteneva che il sequestro doveva essere convalidato perché al momento dell'ablazione non sarebbe stato dimostrato che il cellulare fosse nella disponibilità dell'indagato Borrelli (coniuge della ricorrente); b) denunciava l'acquisizione della copia integrale del contenuto senza preventiva selezione e senza individuazione degli elementi pertinenti ai reati né delimitazione temporale, con conseguente violazione dei principi di pertinenza, adeguatezza e proporzionalità; c) deduceva inoltre inefficacia della misura per presunto superamento dei termini perentori di deposito della motivazione richiamando gli artt. 324, comma 7 e 309, comma 10 c.p.p.

La decisione

La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per carenza di interesse. Il giudice ha ritenuto che l'ordinanza impugnata abbia chiarito, con motivazione non viziata in questa sede, che il telefono era nella disponibilità dell'indagato Borrelli, elemento che giustifica il mantenimento del sequestro e esclude la restituzione alla ricorrente. La circostanza che la riconducibilità del cellulare all'indagato sia emersa dopo l'esecuzione della misura non incide sull'interesse dell'interessata a ricorrere, perché l'interesse deve essere concreto e attuale, requisito qui mancato. Conseguentemente il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e alla somma di euro 3.000 alla Cassa delle Ammende.

Norme richiamate

  • art. 324, comma 7 c.p.p.

    Richiamato dalla ricorrente quale termine perentorio relativo al deposito della motivazione del sequestro; la Corte non ha ritenuto che il presunto superamento di tale termine determinasse un interesse attuale della terza a ottenere la restituzione, dato che l'ordinanza aveva già attribuito il telefono all'indagato.

  • art. 309, comma 10 c.p.p.

    Invocato dalla ricorrente in relazione ai termini perentori per la motivazione dei provvedimenti cautelari; la decisione di inammissibilità ha ritenuto irrilevante, ai fini dell'interesse a ricorrere, la presunta violazione di tale termine quando l'oggetto del sequestro è stato riconducibile all'indagato.

Massime di principio

  • Un terzo interessato alla restituzione di un bene sottoposto a sequestro ha interesse a ricorrere solo se l'ordinanza impugnata non esclude concretamente la riconducibilità del bene all'indagato: se il giudice ritiene il bene nella disponibilità dell'indagato, il terzo è privo di interesse attuale e il ricorso può essere dichiarato inammissibile.
  • La prova della disponibilità del bene da parte dell'indagato, anche se formalmente acquisita dopo l'ablazione, può escludere il diritto del terzo alla restituzione e rendere privo di pregio l'impugnazione per carenza di interesse.
  • Lamentele sulla mancata selezione dei dati o sull'acquisizione della copia integrale del contenuto del dispositivo trovano rilievo solo se emerge una concreta lesione dei principi di pertinenza, proporzionalità e minimizzazione: in mancanza di una valutazione contraria del giudice di merito tale censura può non sufficiente a fondare l'interesse al ricorso.
  • I termini perentori per la motivazione (es. artt. 324, comma 7 e 309, comma 10 c.p.p.) possono incidere sull'efficacia del provvedimento cautelare, ma la rilevanza processuale di una loro violazione dipende dall'effettiva sussistenza dell'interesse attuale del ricorrente a ottenere un provvedimento restitutorio.
  • In analoghe fattispecie, chi contesta il sequestro deve documentare con elementi idonei e attuali la propria disponibilità esclusiva del bene o l'erronea attribuzione al destinatario del sequestro per poter superare l'obiezione di carenza di interesse.

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