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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 36431/2024 del 30/09/2024

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Passafaro era stato condannato per resistenza a pubblico ufficiale in relazione a frasi rivolte all'agente di polizia penitenziaria Critti: dopo essere stato chiamato dall'imputato in cella, l'agente fu oggetto di scherno e poi di espressioni minacciose con inviti ad allontanarsi altrimenti sarebbe stato colpito con oggetti. Il ricorrente ha dedotto violazione di legge sostenendo che si trattò soltanto di offese (apostrofare l'agente come "femminuccia") e non di una condotta idonea a integrare il reato di resistenza, non essendovi prova che le espressioni fossero pronunciate in presenza di più persone e non essendo individuato un atto dell'ufficio ostacolato.

La decisione

La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso fondato e ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste. I giudici hanno rilevato che la sentenza di merito non ha individuato un atto dell'ufficio che il pubblico ufficiale stesse compiendo al momento della presunta resistenza, che le espressioni costituivano insulto e non una minaccia idonea a impedire l'azione dell'agente, e che non è provata la presenza di più persone che avrebbe potuto integrare altra fattispecie; perciò la condanna è stata annullata per non sussistenza del fatto.

Norme richiamate

  • art. 341-bis cod. pen.

    La fattispecie richiede l'uso di violenza o minaccia "mentre compie un atto di ufficio o di servizio" e mira a punire condotte commissive-oppositive dirette a impedire o turbare l'azione del pubblico ufficiale; è necessario il nesso temporale e funzionale tra la condotta oppositiva e l'atto dell'ufficio, nonché la volontà di ostacolare l'esercizio della funzione.

  • art. 336 cod. pen.

    Citato come fattispecie diversa applicabile quando violenza o minaccia siano antecedenti all'atto dell'ufficio; la Corte segnala che, fuori dall'ambito temporale dell'atto, le condotte si ricomprendono in altre fattispecie come l'art. 336.

  • Sez. U., n. 40981 del 22/02/2018 (Apolloni, Rv. 273371)

    Giurisprudenza delle Sezioni Unite richiamata per chiarire che il reato richiede la condotta minacciosa o violenta posta in essere nel corso dell'esecuzione di un atto dell'ufficio e che il requisito temporale/funzionale è essenziale per la configurabilità del reato.

Massime di principio

  • Per integrare il reato di resistenza a pubblico ufficiale (art. 341-bis) è necessario che la violenza o la minaccia siano dirette a ostacolare l'azione del pubblico ufficiale nel momento in cui questo compie un atto d'ufficio: senza individuazione dell'atto e del nesso temporale/funzionale la fattispecie non sussiste.
  • Le offese o gli insulti, da soli, fuori dal contesto di un'effettiva minaccia idonea a impedire o turbare l'esecuzione di un atto d'ufficio, non sono sufficienti a configurare la resistenza a pubblico ufficiale e possono eventualmente costituire fattispecie meno gravi.
  • La prova deve dimostrare non solo le espressioni usate ma anche la loro efficacia intimidatoria e il loro diretto collegamento con l'atto d'ufficio: testimonianze o elementi oggettivi che attestino l'ostruzione o il pericolo concreto per il pubblico ufficiale sono determinanti.
  • Se la violenza o la minaccia sono antecedenti all'atto d'ufficio o non hanno il nesso funzionale con esso, la condotta può essere riconducibile ad altre norme (come l'art. 336 o altre fattispecie) e va valutata la corretta riclassificazione.
  • In caso di dubbio sulla sussistenza degli elementi tipici richiesti (nesso temporale, intenzionalità ostativa, efficacia della minaccia), il giudice di legittimità può annullare la condanna anche senza rinvio per non sussistenza del fatto.

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