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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 20014/2025 del 28/05/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione dell'ordinanza che ha rigettato la richiesta di sostituzione della custodia cautelare in carcere con arresti domiciliari. Il ricorso deduceva violazione di legge e vizio di motivazione per avere il giudice fatto applicazione dell'art. 275, comma 3, c.p.p. (presunzione relativa in materia di misure per reati aggravati), seguendo indirizzi giurisprudenziali anteriori alla novella del 2015, e contestava che il riconoscimento del pericolo di fuga e della persistenza delle esigenze cautelari fosse basato su elementi concreti.

La decisione

Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché reiterava questioni già svolte nell'appello cautelare; il Tribunale aveva fornito motivazione pertinente e non manifestamente illogica. Il giudice ha rilevato la gravità delle estorsioni, il collegamento operativo del ricorrente con i complici (con modalità adottate per evitare intercettazioni telefoniche), i molteplici contatti con soggetti della criminalità organizzata che potrebbero favorirne la sottrazione alla pena residua (circa cinque anni) e il rischio di reiterazione del reato. Inoltre è stato ribadito che il mero decorso del tempo e la condotta corretta durante la detenzione non sono di per sé idonei a escludere le esigenze cautelari in assenza di elementi nuovi che dimostrino un mutamento della situazione. Conseguentemente il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e alla somma di euro 3.000 alla cassa delle ammende.

Norme richiamate

  • art. 275, comma 3, cod. proc. pen.

    Il giudice ha richiamato la presunzione legislativa che rende più gravosa l'applicabilità di misure alternative per reati con aggravanti organizzative, ma non l'ha considerata come unico elemento: è stata valutata insieme a fatti concreti (gravità del reato, ruolo operativo, contatti con la criminalità organizzata, pena residua) per giustificare il mantenimento della custodia cautelare.

  • art. 416-bis cod. pen. e art. 71 d.lgs. 6 settembre 2011 n. 159

    Reati connessi alla criminalità organizzata (con aggravanti) che, per la loro natura e per i legami del soggetto, aumentano la fondatezza delle esigenze cautelari e la difficoltà di accesso a misure alternative, se sussistono elementi concreti di pericolo.

  • art. 99 cod. pen.

    Rilevato nel capo di imputazione relativo alle condotte ascritte, ma non decisivo sul punto cautelare: la valutazione preventiva si concentra su pericolo di fuga, inquinamento probatorio e reiterazione.

  • art. 81, 629 cod. pen.

    Norme sostanziali citate con riferimento ai reati contestati e alle pene applicate, usate per calcolare la residua pena e valutare l'intensità del rischio di sottrazione.

  • Sez. 3, n. 43113 del 15/09/2015; Sez. 2, n. 1858 del 09/10/2013

    Giurisprudenza richiamata per il principio secondo cui il solo decorso del tempo e la buona condotta in carcere non bastano a escludere le esigenze cautelari: servono elementi nuovi che attestino un cambiamento della situazione iniziale.

  • art. 94, comma 1-ter, disp. att. cod. proc. pen.

    Richiamato per gli adempimenti di cancelleria successivi alla decisione; non incide sulla valutazione del merito cautelare.

Massime di principio

  • Per reati con aggravante di tipo mafioso o connessi alla criminalità organizzata l'art. 275, comma 3, c.p.p. introduce una presunzione che rende più difficoltosa la sostituzione della custodia in carcere con misure alternative; tuttavia tale presunzione va valutata insieme a elementi concreti e non è automaticamente decisiva.
  • La gravità del reato, il ruolo operativo del soggetto, le modalità di coordinamento con i complici (es. accortezze per evitare intercettazioni) e i contatti con ambienti criminali sono fattori determinanti nella valutazione del pericolo di fuga e di reiterazione.
  • Il mero decorso del tempo dall'evento criminoso e il comportamento correttissimo durante la detenzione non sono di per sé sufficienti a dimostrare l'attenuazione delle esigenze cautelari: è necessario documentare fatti nuovi o cambiamenti obiettivi della situazione iniziale.
  • La presenza di una pena residua significativa aumenta la probabilità che il giudice ritenga sussistente il rischio di sottrazione e quindi respinga richieste di misure attenuate, a meno che non siano fornite garanzie concrete (es. cambiamento di residenza reale lontano dai contesti criminali, rapporti di lavoro stabili, verifica dell'assenza di contatti con la criminalità organizzata).
  • Per avere chance di successo nel chiedere gli arresti domiciliari in situazioni analoghe, la difesa deve proporre elementi nuovi e concreti che dimostrino la diminuita pericolosità o efficaci cautele alternative (garanzie, controllo rafforzato, località di esecuzione lontana dai luoghi di reato e dai contatti criminali).

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