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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 7319/2023 del 21/02/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione avverso il rigetto del riesame della custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.). Il ricorrente deduceva: vizi di motivazione e travisamento delle intercettazioni (soprattutto circa la data e l'autorizzazione alla costituzione della 'locale' di Roma), insufficienza degli indizi sulla esistenza e operatività di una locale di 'ndrangheta a Roma, assenza di elementi di intimidazione e di controllo del territorio, valutazioni errate sulle 'mangiate' e altri incontri, e carenza di motivazione circa l'adeguatezza della misura carceraria rispetto a misure meno afflittive (es. arresti domiciliari). Inoltre eccepiva violazioni di norme procedurali e richiamava dichiarazioni di collaboratori che avrebbero escluso la 'colonizzazione' della Capitale.

La decisione

La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso ritenendolo infondato. Ha confermato che il Tribunale del riesame ha fornito motivazione ampia e logica, che gli indizi raccolti e i riscontri investigativi (intercettazioni, videoregistrazioni, tabulati, precedenti condanne, ruoli e partecipazioni a summit, rapporti con la casa madre calabrese) erano sufficienti a ritenere la sussistenza di gravi indizi di partecipazione alla locale di 'ndrangheta e l'attualità delle esigenze cautelari. La Corte ha ribadito i limiti del sindacato di legittimità (non è ammessa una rivalutazione dei fatti o una diversa lettura degli indizi salvo travisamento inequivocabile delle prove), ha richiamato il principio per cui una 'locale' con collegamento alla casa madre può essere riconosciuta anche senza celebri atti intimidatori sul luogo, e ha confermato l'applicabilità della presunzione prevista dall'art. 275, comma 3, c.p.p. per la misura carceraria quando non risulti superata dalla difesa.

Norme richiamate

  • art. 416-bis cod. pen.

    La norma è applicata anche alle 'locali' delocalizzate: non è sempre necessaria la prova della manifesta esteriorizzazione della forza intimidatrice se la locale si collega alla casa madre storica e ne eredita il capitale criminale e la fama; il nucleo del reato è il metodo mafioso (condizionamento, struttura, finalità) più che la sola commissione di reati-fine

  • art. 275, comma 3, cod. proc. pen.

    Prevede la presunzione relativa/assoluta circa l'esistenza delle esigenze cautelari e l'adeguatezza della custodia in carcere nel caso di contestazione di reati di stampo mafioso; incombe alla difesa l'onere di fornire elementi certi per superare tale presunzione (es. prova di effettivo e stabile distacco dall'organizzazione)

  • artt. 273, 274, 275, 309, 125, 192, 606 cod. proc. pen.

    Richiamati nei termini del controllo di legittimità: l'insussistenza dei gravi indizi è sindacabile in cassazione solo se determina violazione di norme o manifesta illogicità della motivazione; l'art. 606 c.p.p. delimita i motivi di cassazione; l'onere di specificare dogliane al riesame (art. 309) incombe sul ricorrente

  • Legge n. 47/2015

    Ha inciso sulla disciplina cautelare in materia di reati di mafia introducendo le presunzioni ora richiamate (influenza sulla valutazione delle esigenze cautelari per i reati associativi di tipo mafioso)

Massime di principio

  • In sede di cassazione contro provvedimenti cautelari per reati di stampo mafioso il controllo è limitato: non è possibile ottenere l'annullamento per mera diversa valutazione degli indizi; serve dimostrare manifesta illogicità, travisamento decisivo delle prove o violazione di norme.
  • Per le 'locali' delocalizzate (es. nella Capitale) non è sempre necessario provare atti eclatanti di intimidazione sul posto: il collegamento con la casa madre, la riproduzione del metodo mafioso e la fama criminale possono giustificare il riconoscimento dell'associazione di tipo mafioso.
  • La presunzione di adeguatezza della custodia in carcere per reati di mafia (art. 275, comma 3) può essere superata solo con elementi rigorosi che dimostrino il distacco stabile dall'organizzazione (es. collaborazione attiva, trasferimento duraturo, prova oggettiva di cessazione dei rapporti).
  • Per contestare in cassazione l'interpretazione di intercettazioni occorre provare un travisamento effettivo e decisivo del contenuto; una semplice lettura alternativa dei colloqui è insufficiente.
  • Le censure non sollevate specificamente davanti al Tribunale del riesame sono in gran parte inammissibili in Cassazione: il ricorrente deve devolvere al riesame le doglianze importanti affinché il giudice le esamini e la Corte di legittimità possa, a sua volta, sindacarle.
  • Quando l'accusa dimostra una pluralità di indizi convergenti (intercettazioni, ruoli riconoscibili, partecipazioni a incontri riservati, rapporti organizzativi, precedenti condanne) la loro valutazione come quadro indiziario pregnante resta rimessa al giudice di merito, salvo evidente carenza logica motivazionale.

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