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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 47127/2023 del 23/11/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione della sentenza di condanna per il reato previsto dall'art. 73 D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309. Sono stati proposti cinque motivi: (1-2) vizio di motivazione e violazione di legge per aver celebrato il giudizio con rito ordinario anziché con il rito abbreviato, a fronte di una richiesta di abbreviato formulata dopo decreto di giudizio immediato e poi viziata dalla rinnovazione della notifica/ traduzione del decreto; si deduceva inoltre la nullità/abnormità della revoca dell'ammissione al rito abbreviato e la regressione procedimentale illegittima; (3-4) violazione nella mancata applicazione dell'ipotesi lieve ex art. 73, comma 5 D.P.R. 309/1990, per la marginale offensività del fatto e il ruolo secondario del ricorrente rispetto al correo; (5) violazione dell'art. 344-bis c.p.p. per superamento dei termini di durata del procedimento in appello e invocata applicabilità retroattiva della disciplina dell'improcedibilità ai fatti anteriori al 2020.

La decisione

Il ricorso è stato rigettato. La Corte ha ritenuto che: la rinnovazione del decreto di giudizio immediato e la conseguente regressione del procedimento siano state procedimentalmente illegittime, ma non configurano atto abnorme perché non hanno determinato la stasi del procedimento né hanno pregiudicato la facoltà difensiva (la difesa poteva reiterare la richiesta di abbreviato); la richiesta di rito abbreviato, ove legittimamente formulata, ha efficacia sanante rispetto alla nullità derivante dalla mancata traduzione del decreto; la Corte di appello ha correttamente escluso l'ipotesi lieve in base a elementi quantitativi, qualitativi e alla stabilità/ continuità dell'attività di spaccio; infine, la nuova disciplina sull'improcedibilità ex art. 344-bis c.p.p. non si applica retroattivamente ai reati commessi prima dell'entrata in vigore della riforma (gennaio 2020), e la relativa questione di legittimità costituzionale è stata ritenuta infondata.

Norme richiamate

  • art. 73, D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309

    Norma sostanziale sul traffico e detenzione di stupefacenti; il comma 5 disciplina l'ipotesi lieve e richiede valutazione di quantità, qualità e ruolo dell'agente per il riconoscimento dell'attenuante.

  • art. 183 c.p.p.

    Il ricorso al rito speciale (abbreviato) ha efficacia sanante rispetto ad alcune nullità processuali pregresse (effetto estintivo/sanante della comparizione/ scelta del rito).

  • art. 441-bis c.p.p.

    Disciplina dei casi eccezionali in cui è ammessa la revoca dell'ammissione al rito abbreviato; richiamata come limite alla possibilità di revoca.

  • art. 458, comma 2, c.p.p.

    Riferimento alle competenze del giudice per le indagini preliminari in ordine al decreto di giudizio immediato e alle possibili criticità circa la revoca di precedenti provvedimenti; utilizzato nel dibattito giurisprudenziale sulla revoca dell'ammissione al rito abbreviato.

  • art. 344-bis c.p.p.

    Nuova disciplina sull'improcedibilità per superamento dei termini di durata dei giudizi di impugnazione; la Corte ha interpretato la norma come di natura processuale e non applicabile retroattivamente ai reati commessi anteriormente all'entrata in vigore (gennaio 2020).

  • art. 3 Cost.

    Richiamato nel contesto del possibile vizio di disparità di trattamento per la non retroattività dell'art. 344-bis; la Corte non ha ravvisato irragionevolezza costituzionale.

  • art. 25 Cost. e art. 7 CEDU

    Citati in relazione al principio di divieto di retroattività della norma penale sfavorevole; la Corte osserva che il principio non impone l'applicazione retroattiva di una norma procedurale "più favorevole" con effetti sostanziali.

Massime di principio

  • La richiesta del rito abbreviato, se legittimamente formulata e non condizionata, ha efficacia sanante su talune nullità procedurali pregresse e, una volta ammessa, il giudice non può revocarla se non nei casi espressamente previsti dalla legge.
  • La regressione procedimentale disposta dal giudice non è automaticamente qualificabile come atto abnorme: si configura atto abnorme solo se, oltre a essere illegittimo, produce conseguenze tali da determinare la stasi del procedimento o il sacrificio di diritti difensivi in modo irreparabile.
  • Se la revoca o la rinnovazione di atti processuali non impedisce alla difesa di ripetere atti propulsivi (es. reiterare la richiesta di rito abbreviato), la mera regressione non giustifica rimedi straordinari basati sul concetto di abnormità.
  • La valutazione dell'ipotesi lieve ex art. 73 DPR 309/1990 richiede un giudizio complessivo che consideri quantità e qualità della sostanza, il ruolo dell'agente, la continuità e la stabilità dell'attività: la marginalità va dimostrata concretamente, non presunta.
  • La disciplina sull'improcedibilità per eccesso di durata dei processi in impugnazione (art. 344-bis c.p.p.) è di natura processuale e, salvo diversa indicazione normativa, non si applica retroattivamente ai reati commessi prima dell'entrata in vigore della riforma (gennaio 2020).
  • La perdita del beneficio di un rito (o l'esclusione del rito abbreviato) può essere in definitiva recuperata dall'imputato che eccepisca la pregiudiziale illegittimità in sede di dibattimento, ottenendo eventualmente il recupero della diminuzione di pena prevista per il rito.

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