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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 29550/2025 del 18/08/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Ricorso contro l'ordinanza del Tribunale di Roma che, in funzione di riesame e su appello del pubblico ministero, ha disposto la custodia in carcere per i reati di associazione non specificata (art. 416 c.p.) e associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.). Il ricorrente censura: 1) l'insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, con motivazione ritenuta circolare e basata eccessivamente sui legami familiari e su un presunto incontro dei sodali; contesta inoltre che l'aggravante di agevolazione mafiosa sia stata affermata in via congetturale e duplicativa; 2) la mancanza di esigenze cautelari e l'inadeguatezza della misura carceraria, denunciando che il Tribunale ha erroneamente equiparato precedenti ordinanze cautelari a titolo di precedente penale e non ha valutato adeguatamente il lungo intervallo temporale fra i fatti e l'adozione della misura.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità dei motivi, ritenuti sterili e non confrontati con il contenuto concreto dell'ordinanza impugnata. Ha confermato che il Tribunale di Roma aveva fondato la custodia in carcere su una solida piattaforma probatoria: intercettazioni telefoniche e ambientali, videoriprese e contestualizzazione della vicenda associativa (un partenariato tra consorterie mafiose per riciclaggio e attività imprenditoriale truffaldina nel settore degli idrocarburi). Il Tribunale aveva identificato il ricorrente come referente della 'ndrina Mazzaferro-Morabito, con ruolo centrale e idoneo a integrare l'aggravante di agevolazione mafiosa. La Corte ha altresì ritenuto che il solo decorso del tempo non fosse sufficiente a escludere la presunzione prevista dall'art. 275, comma 3 c.p.p. e che non risultassero elementi a fondamento di una prognosi di rispetto autonomo delle prescrizioni. Perciò la custodia in carcere è stata giustificata per il concreto e attuale rischio di reiterazione e la necessità di recidere ogni contatto dell'imputato con il contesto criminale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di euro 3000 in favore della Cassa delle ammende.

Norme richiamate

  • codice penale, art. 416

    Riferimento al reato di associazione semplice; utilizzato per inquadrare la partecipazione del ricorrente nell'articolata piattaforma criminale contestata.

  • codice penale, art. 416-bis

    Riferimento al reato di associazione di tipo mafioso; la Corte e il Tribunale hanno ritenuto che il ruolo del ricorrente come referente della 'ndrina integrasse profili di agevolazione mafiosa.

  • codice di procedura penale, art. 275, comma 3

    Applicata la presunzione che l'appartenenza o il ruolo in un contesto mafioso possono giustificare esigenze cautelari; la Corte ha ritenuto che il tempo trascorso da solo non sia sufficiente a superare tale presunzione senza altri elementi attenuanti.

  • codice di procedura penale, art. 616

    Richiamato come base per la condanna alle spese e all'irrogazione della sanzione pecuniaria a carico del ricorrente per l'inammissibilità del ricorso.

  • regolamento esecuzione, art. 28

    Norma richiamata per gli adempimenti di cancelleria successivi alla pronuncia.

Massime di principio

  • Un ricorso per cassazione contro misure cautelari deve confrontarsi in modo puntuale e specifico con le ragioni e le risultanze contenute nell'ordinanza impugnata; argomentazioni generiche o ripetitive sono causa di inammissibilità.
  • La valutazione dei gravi indizi di colpevolezza si fonda anche su prove tecniche e investigative (intercettazioni, videoriprese) la cui interpretazione resta, in via principale, competenza del giudice di merito; la Cassazione sindaca solo l'eventuale vizio di motivazione o violazione di legge.
  • La qualificazione dell'agevolazione mafiosa può essere desunta dal ruolo effettivo dell'imputato nel contesto associativo e dall'insieme delle condotte e delle modalità dell'associazione; non è necessario un unico elemento isolato ma la valutazione complessiva della piattaforma probatoria.
  • Il decorso del tempo non basta di per sé a escludere il pericolo di reiterazione: occorrono elementi concreti che dimostrino un effettivo disengagement dall'ambiente criminale o una modificazione delle circostanze personali utili a mitigare la valutazione di pericolosità.
  • Per impugnare con successo la custodia cautelare il difensore deve produrre o indicare elementi concreti e specifici contrari alla valutazione del giudice (es.: assenza di contatti attuali, documentazione di reinserimento, prove di collaborazione, misure alternative effettive), non limitarsi a contestazioni di principio.
  • La sussistenza di una solida piattaforma investigativa composta da più elementi puo' giustificare l'adozione di misure cautelari severe quando sia necessario interrompere i legami dell'indagato con il contesto criminale per evitare la reiterazione.

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