Sentenza n. 338/2026 - Trieste, Sezione 1
per l'annullamento dell’ordinanza n. 166 del 23.10.2025 a firma del Responsabile del Settore Edilizia e Territorio del Comune di Lignano Sabbiadoro, avente ad oggetto: “ABU/1867 – ordinanza di demolizione”; di ogni altro atto presupposto, connesso e consequenziale, ancorché non conosciuto dalle ricorrenti.
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeAtto impugnato: ordinanza di demolizione della tettoia esterna e di ripristino della destinazione d'uso dei vani interni al negozio
Esito
Favorevole al ricorrente (proprietaria e conduttrice)
Prevale il privato
La controversia
Le ricorrenti hanno impugnato l'ordinanza comunale che ingiungeva la demolizione di una tettoia prospiciente il Viale Centrale e il ripristino dei vani interni al negozio. La tettoia era stata autorizzata nel 1976, con dimensioni progettuali di m 6,60 per m 9,00. Il Comune, a seguito di sopralluoghi, aveva inizialmente rilevato una struttura di m 4,00 per m 9,00 e successivamente una struttura di m 7,15 per m 9,00, qualificandola come opera difforme per modifica della sagoma ed eseguita in assenza di SCIA. Le ricorrenti hanno dedotto la violazione degli artt. 50, comma 5, e 51, comma 1, della l.r. 19/2009 e dell'art. 37 d.P.R. 380/2001, nonché eccesso di potere per difetto dei presupposti, difetto di istruttoria, difetto di motivazione, contraddittorietà, irragionevolezza e illogicità. Hanno sostenuto che la tettoia avesse una profondità di m 6, inferiore a quella autorizzata, e che la maggiore misura di m 7,15 derivasse dall'inclusione del terrazzino, profondo m 1,15, nella misurazione. In subordine, hanno contestato l'ingiunzione di demolizione integrale, ritenendo eventualmente demolibile soltanto la parte difforme. Con il secondo motivo hanno contestato l'ordine di ripristino dei vani interni, sostenendo che la presenza di un lavandino e di mobilio non dimostrasse la trasformazione dell'antibagno e del disimpegno in un vano abitabile o cucinino, anche perché l'impianto idrico risultava inattivo.
La decisione
Il TAR ha accolto il ricorso e annullato integralmente l'ordinanza. Quanto alla tettoia, ha rilevato che il manufatto disponeva di un titolo autorizzativo del 1976 e che l'ordinanza non indicava con precisione le difformità dimensionali o di sagoma poste a fondamento della demolizione. La modifica della sagoma era rimasta indimostrata e la documentazione fotografica, compresa quella reperibile per il 2008, non evidenziava differenze. Anche le misurazioni comunali presentavano oscillazioni rilevanti; secondo il Collegio, la profondità doveva essere misurata a partire dal terrazzo, dal quale prende avvio la tettoia, e non dall'inizio della linda. Il riferimento, svolto nella memoria difensiva, a un sopralluogo del 2026 è stato ritenuto un'inammissibile integrazione postuma della motivazione, trattandosi di attività successiva all'ordinanza e non conoscibile né contestabile dalle ricorrenti nel procedimento. Quanto ai vani interni, il TAR ha ritenuto non dimostrato il passaggio dall'uso di antibagno e disimpegno a quello di vano abitabile o cucinino: la sola presenza di un lavandino e di arredi, a fronte dell'accertata inattività dell'impianto idrico, non era sufficiente. Il Comune è stato condannato alle spese, liquidate in euro 2.000 oltre accessori.
Norme richiamate
artt. 50, comma 5, e 51, comma 1, l.r. 19/2009
Disposizioni regionali richiamate dal Comune quale base dei poteri repressivi edilizi; la loro applicazione presupponeva un accertamento preciso e motivato dell'abuso e della difformità.
art. 37 d.P.R. 380/2001
Richiamato quale disciplina sanzionatoria per interventi eseguiti in assenza o difformità dalla SCIA; il TAR ha annullato l'ordinanza perché non risultava adeguatamente dimostrata la difformità edilizia.
art. 17, comma 1, lett. d), l.r. 19/2009
Richiamato nell'ordinanza comunale per qualificare la modifica della sagoma come intervento soggetto a SCIA.
D.M. Sanità 5/1975
Richiamato dal Comune per sostenere il contrasto della destinazione interna con i requisiti igienico-sanitari; il TAR ha ritenuto non provata la trasformazione in vano abitabile.
l.r. 44/1985
Richiamata nell'ordinanza quale parametro della contestata trasformazione dei vani interni; la relativa violazione non è stata adeguatamente dimostrata.
Massime di principio
- Un'ordinanza di demolizione relativa a un manufatto munito di titolo edilizio deve indicare in modo preciso e verificabile le difformità dimensionali, planimetriche o di sagoma rispetto al titolo; la contestazione generica dell'abuso determina un difetto di istruttoria e di motivazione.
- Quando le misurazioni dell'amministrazione risultano oscillanti o non chiariscono il criterio tecnico utilizzato, l'accertamento della difformità non può ritenersi adeguatamente dimostrato ai fini dell'ordine demolitorio.
- La motivazione di un'ordinanza repressiva non può essere integrata ex post mediante circostanze emerse da sopralluoghi successivi e richiamate per la prima volta nella memoria difensiva dell'amministrazione.
- La presenza di un lavandino e di arredi non dimostra, da sola, la trasformazione di un antibagno o disimpegno in un vano abitabile o in un cucinino, soprattutto quando l'impianto idrico risulti inattivo; l'ordine di ripristino richiede un accertamento concreto e una motivazione coerente sulla modifica della destinazione d'uso.
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La sintesi è generata dall'AI di Trovanorma a partire dal testo pubblicato da Giustizia amministrativa, ha finalità informative e non sostituisce la lettura del documento né un parere professionale: fa fede il testo ufficiale.
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