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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 28741/2023 del 04/07/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorrente impugna la riforma operata dalla Corte d'appello che ha riqualificato il fatto ascritto al capo a) da lesioni personali in tentativo di omicidio; deduce violazione di legge e vizio di motivazione per non aver considerato adeguatamente la tipologia concreta dell'arma (il ricorrente aveva dichiarato di aver usato un coltellino-portachiavi di piccole dimensioni), l'oggettiva lievità e superficialità delle ferite nonostante la vicinanza e la reiterazione dei colpi, e l'assenza del rinvenimento dell'arma. Propone inoltre motivo relativo alla irrogazione della pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici, contestandone la legittimità rispetto alla misura della pena principale.

La decisione

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, ritenendo fondati i primi due motivi e assorbendo il terzo nella decisione di annullamento. Ha affermato che la Corte d'appello non ha fatto corretta applicazione dei principi di diritto sull'idoneità e inequivocità degli atti in relazione all'animus necandi: pur richiamando la reiterazione dei colpi e la ferita in regione vertebrale, la Corte territoriale non ha adeguatamente valutato la tipologia concreta dell'arma e non ha spiegato la incoerenza tra la distanza ravvicinata/forza e le lesioni risultate superficial i. Per tali carenze la sentenza è stata annullata e rinviata per nuovo giudizio alla Corte d'appello di Perugia.

Norme richiamate

  • Giurisprudenza - Sez. 1, n. 24173 del 05/04/2022, Rv. 283390

    Sez. 1, n. 24173 del 05/04/2022, Rv. 283390

    Principio secondo cui, per distinguere lesioni personali da tentato omicidio, occorre valutare sia l'atteggiamento psicologico dell'agente sia la potenzialità dell'azione lesiva desumibile dalla sede corporea, dall'idoneità dell'arma e dalle modalità dell'atto.

  • Giurisprudenza - Sez. 1, n. 51056 del 27/11/2013, Rv. 257881

    Sez. 1, n. 51056 del 27/11/2013, Rv. 257881

    Ulteriore richiamo alla necessità di valutare la concreta idoneità dell'arma e le modalità dell'azione quali elementi decisivi per l'attribuzione dell'animus necandi.

Massime di principio

  • Per qualificare un fatto come tentato omicidio non basta la mera localizzazione delle lesioni in aree "potenzialmente vitali": il giudice deve valutare la potenzialità lesiva concreta dello strumento impiegato, non soltanto la sua categoria astratta ("mezzo a punta e taglio").
  • L'assenza del rinvenimento dell'arma richiede che la valutazione della sua idoneità sia fondata su elementi oggettivi e motivati (profondità e tipo di ferite, modalità della colluttazione, distanza, forza impiegata); in mancanza, deve prevalere il dubbio circa l'animus necandi.
  • Lesioni superficiali, reiterate ma non profonde, comminate a distanza ravvicinata e con apparente forza, impongono al giudice un obbligo argomentativo rafforzato per spiegare come tali fatti indichino una volontà omicida piuttosto che una condotta lesiva non idonea a cagionare la morte.
  • La condotta successiva all'aggressione (allontanarsi, tentativo di disfarsi di arma o indumenti) è un elemento rilevante ma non decisivo: deve essere valutata in connessione con la prova medico-legale e le altre circostanze fattuali.
  • Sulle pene accessorie occorre verificare rigorosamente i presupposti normativi previsti per la loro applicazione e motivare chiaramente il computo delle soglie utili (tenendo conto, se necessario, della continuazione), così da evitare vizi formali nella irrogazione.

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