Cassazione Penale, Sentenza n. 11183/2024 del 18/03/2024
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeLa Corte di cassazione ha ritenuto il ricorso fondato, ha affermato che la Corte di appello ha dato una motivazione manifestamente illogica contraria al principio del "favor querelae" (la volontà di punizione può essere desunta anche da atti che non la enunciano testualmente) e ha annullato la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Palermo per un nuovo giudizio.
Esito
Favorevole al ricorrente
La controversia
Il Procuratore generale ha impugnato la sentenza della Corte di appello di Palermo che aveva confermato il non luogo a procedere per il reato di falsa accusa (art. 368 c.p.) nei confronti di Pace, sostenendo che la motivazione era manifestamente illogica: la Corte aveva ritenuto falso l'esposto di Pace ma al contempo aveva escluso che in quell'atto vi fosse la volontà di punire (condizione di procedibilità del reato presupposto di appropriazione indebita), nonostante il verbale contenesse l'esplicita richiesta che "venga accertata la finale destinazione di detti assegni e se vengano rilevate eventuali responsabilità penali nelle operazioni di incasso".
Norme richiamate
art. 368 cod. pen.
Riferimento al reato di falsa accusa; il giudizio ha considerato l'esistenza della fattispecie in relazione alla mancanza della condizione di procedibilità del reato presupposto
art. 61 n. 11 cod. pen.
Citato in relazione all'aggravazione dell'appropriazione indebita contestata alla persona offesa; non è centrale nel motivo di cassazione ma contestualizza il reato presupposto
verbale di denuncia-querela reso alla Guardia di Finanza
che venga accertata la finale destinazione di detti assegni e se vengano rilevate eventuali responsabilità penali nelle operazioni di incasso
La Corte di cassazione interpreta tale formula come espressione della volontà di punizione della persona offesa, ossia della condizione di procedibilità, in applicazione del principio del "favor querelae"
Giurisprudenza richiamata (Sez. 5, n. 2665 del 2021, Rv. 282648)
Principio affermato: la volontà di punizione non richiede formule particolari e può essere desunta da atti non espliciti; situazioni di incertezza vanno interpretate in favore della querela
Massime di principio
- La volontà della persona offesa di punire può essere desunta anche da formulazioni non espressamente 'querelatorie' purché dall'atto emerga richiesta di accertamenti o di responsabilità penale (principio del "favor querelae").
- La sola immediatezza o tracciabilità di un'operazione (es. incasso di un assegno sul proprio conto) non esclude l'interesse personale a denunciare né automaticamente la mancanza della condizione di procedibilità.
- Non è logicamente coerente affermare simultaneamente la falsità di un esposto e l'assenza della volontà di perseguire penalmente quando l'atto contiene richieste di accertamento di responsabilità penali.
- Se la motivazione di merito risulta manifestamente illogica rispetto ai principi consolidati, la Corte di cassazione può annullare con rinvio per un nuovo esame da parte del giudice di merito.
- In presenza di dubbi interpretativi su atti della persona offesa, il giudice di merito deve applicare il criterio interpretativo favorevole alla querela, evitando restrizioni formali all'individuazione della volontà di punizione.
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