Sentenza n. 5249/2026 - Roma, Sezione 5Q
Per l'annullamento -previa tutela cautelare – -DEL PROVVEDIMENTO 1743 DEL 12/3/2025 dell’Ambasciata d'Italia a New Delhi di diniego del visto per motivi di lavoro subordinato.
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeAtto impugnato: diniego del visto per motivi di lavoro subordinato adottato dall'Ambasciata d'Italia a New Delhi
Esito
Favorevole al ricorrente (cittadino straniero)
Prevale il privato
La controversia
Il ricorrente ha impugnato il diniego del visto per lavoro subordinato, deducendo l'illegittimità dell'atto alla luce dell'errore riconosciuto dalla stessa Ambasciata nel successivo riesame. In particolare, il Ministero dell'Interno aveva comunicato che le generalità del ricorrente non risultavano presenti nella banca dati; l'Ambasciata aveva quindi informato il ricorrente di avere richiesto il ricircolo del nulla osta al lavoro subordinato rilasciato dallo Sportello Unico per l'Immigrazione di Mantova, al fine di riaprire la procedura, ammettendo sostanzialmente l'errore commesso. Il ricorrente ha inoltre dedotto che il diniego non era stato rimosso in autotutela, impedendo allo Sportello Unico di procedere al rilascio o al nuovo inoltro del nulla osta. Nonostante le istanze di accesso, riesame e autotutela e le successive sollecitazioni, l'amministrazione diplomatica non aveva fornito un riscontro risolutivo. A seguito di ordinanza istruttoria, il TAR ha richiesto una relazione e aggiornamenti sull'eventuale riesame del provvedimento. Il MAECI si è limitato a rappresentare che nel procedimento erano coinvolte anche altre amministrazioni e che il diniego rientrava nella discrezionalità dell'amministrazione, senza però contrastare puntualmente le deduzioni documentate del ricorrente né chiarire l'errore riconosciuto e la mancata definizione della procedura.
La decisione
Il TAR ha accolto il ricorso e ha annullato il diniego del visto. Il Collegio ha ritenuto decisiva l'assenza, da parte dell'amministrazione, di argomentazioni idonee a contrastare le deduzioni puntuali e documentate del ricorrente, nonché la mancata spiegazione dell'errore riconosciuto dall'Ambasciata e del mancato perfezionamento del ricircolo del nulla osta. Il richiamo alla discrezionalità del MAECI e al coinvolgimento di altre amministrazioni non è stato ritenuto sufficiente a giustificare la legittimità del diniego, anche perché la decisione negativa non costituiva necessariamente un atto dovuto in presenza di una segnalazione SIS o fino al ricircolo del nulla osta. Il MAECI è stato condannato al pagamento di € 1.500, oltre accessori di legge e contributo unificato, in favore del legale del ricorrente dichiaratosi antistatario.
Norme richiamate
art. 52, commi 1 e 2, d.lgs. 196/2003
Richiamato quale fondamento dell'oscuramento delle generalità della parte interessata.
artt. 5 e 6 Regolamento (UE) 2016/679
Richiamati, insieme all'art. 52 d.lgs. 196/2003, a tutela dei diritti e della dignità della parte interessata mediante oscuramento delle generalità.
Massime di principio
- Il diniego di un visto per lavoro subordinato è illegittimo quando l'amministrazione non chiarisce un errore procedimentale riconosciuto dalla sede diplomatica e non fornisce una motivazione idonea a confrontarsi con le circostanze documentate dal richiedente.
- Il generico richiamo alla discrezionalità dell'amministrazione e al coinvolgimento di altre amministrazioni non è sufficiente a sostenere la legittimità del diniego di visto, se non viene spiegato perché le circostanze concrete dedotte dal richiedente non incidano sulla decisione.
- Quando la sede diplomatica riconosce l'esistenza di un errore e comunica di avere avviato il ricircolo del nulla osta al lavoro per riaprire la procedura, l'amministrazione deve definire coerentemente il riesame e fornire una risposta effettiva alle istanze di autotutela del richiedente.
- Nel giudizio amministrativo, a fronte di deduzioni puntuali e documentate dell'interessato, l'amministrazione deve fornire elementi specifici idonei a contestarle; la mera reiterazione di affermazioni generiche sulla discrezionalità del potere non assolve tale onere argomentativo.
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