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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 10130/2023 del 10/03/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Ricorso per Cassazione avverso l'ordinanza della Corte d'Appello di Reggio Calabria che aveva rigettato la domanda di riparazione per ingiusta detenzione proposta da Cosentino Fulvio. Il ricorrente chiedeva l'indennizzo per la custodia cautelare (detenzione in carcere dal 13/01/2013 al 03/02/2013 e poi arresti domiciliari fino al 06/12/2013) disposta in relazione al rinvenimento di rilevante quantità di stupefacente trasportata dal figlio in un trolley. In sede di merito (Corte d'Appello di Lecce) c'era stata una riforma con assoluzione per favoreggiamento personale, valorizzando la dichiarazione dell'imputato che aveva agito per il timore dell'arresto del figlio; la Corte calabrese per la riparazione ritenne però che la condotta del ricorrente (fuga all'alt e tentativo di sottrazione al controllo) fosse imprudente e avesse concorso a creare un quadro indiziario grave, configurando colpa grave ostativa alla riparazione. Il ricorrente denunciava che il giudice della riparazione non aveva preliminarmente verificato se l'assoluzione fosse derivata da una diversa valutazione degli stessi elementi già in possesso del giudice della cautela (ipotesi di ingiustizia formale), motivo per cui chiedeva l'annullamento dell'ordinanza di rigetto.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha ritenuto che il giudice della riparazione abbia correttamente valutato, con motivazione logica e congrua, che il ricorrente aveva tenuto una condotta caratterizzata da colpa grave (e, secondo la Corte, con profili di rilevanza anche dolosa) che aveva concorso a determinare l'adozione della misura cautelare. La Cassazione ha richiamato il principio secondo cui la derubricazione del fatto in sede di merito non esclude automaticamente il diritto alla riparazione solo se l'assenza delle condizioni di applicabilità della misura risultava già dagli stessi elementi di cui disponeva il giudice della cautela; tuttavia qui il giudice della riparazione ha correttamente valutato elementi (incluse le dichiarazioni rese in dibattimento) che dimostravano come la condotta del ricorrente avesse agevolato l'attività illecita e creato il grave quadro indiziario. Pertanto il rigetto dell'istanza di riparazione è stato confermato e il ricorrente condannato alle spese.

Norme richiamate

  • art. 314 c.p.p.

    "chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, ha diritto a un'equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave"

    La Corte interpreta la norma nel senso che il diritto all'indennizzo è escluso se l'interessato ha "dato o concorso a dar causa" alla custodia cautelare con dolo o colpa grave; la verifica deve essere fatta sulla situazione esistente al momento dell'adozione della misura e sul medesimo materiale di cui disponeva il giudice della cautela, ma la presenza di condotta gravemente colposa può comunque ostare al riconoscimento della riparazione anche se vi è successiva derubricazione in sede di merito.

  • art. 378 cod. pen.

    Citato nel testo come possibile scriminante richiamata dal giudice d'appello (ipotesi che il favoreggiamento personale potesse rientrare tra le cause di non punibilità); la Corte ritiene tale argomento non idoneo a escludere la responsabilità o la colpa grave in presenza di un grave quadro indiziario e di condotta di sottrazione al controllo.

  • art. 384 cod. pen.

    Richiamato nel contesto della discussione sulla non punibilità del favoreggiamento personale; la Corte valuta che la qualificazione come favoreggiamento non esclude automaticamente la colpa grave rilevante per la riparazione, specie se la condotta ha contribuito all'adozione della misura cautelare.

Massime di principio

  • Il diritto all'indennizzo per ingiusta detenzione (art. 314 c.p.p.) è escluso se il soggetto ha "dato o concorso a dar causa" alla custodia cautelare con dolo o colpa grave: quindi anche un'asserita successiva derubricazione dei fatti non garantisce automaticamente l'indennizzo.
  • Il giudice della riparazione deve accertare se l'assoluzione deriva da una diversa valutazione degli stessi elementi già in possesso del giudice della cautela (ipotesi di ingiustizia formale) oppure dall'emergere di elementi nuovi o da una diversa percezione probatoria che rende legittima la valutazione della colpa grave; la verifica deve essere motivata.
  • Condotte che ostacolano i controlli delle forze dell'ordine (per es. non fermarsi all'alt e tentare la fuga) possono essere considerate comportamento di grave negligenza o con profili dolosi tale da precludere il riconoscimento dell'indennizzo se hanno contribuito a creare il quadro indiziario che ha portato alla custodia cautelare.
  • Le dichiarazioni rese in dibattimento e gli elementi acquisiti nel processo possono essere utilizzati dal giudice della riparazione per valutare se l'imputato abbia concorso a determinare la misura cautelare, purché la motivazione sia logica, congrua e riferita al momento in cui la misura è stata adottata.
  • La valutazione sulla sussistenza di dolo o colpa grave è rimessa al giudice del merito; la Corte di legittimità controlla solo la correttezza del procedimento logico-giuridico e la congruità della motivazione.

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