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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 28583/2025 del 05/08/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente ha chiesto il riconoscimento della continuazione tra una condotta di estorsione consumata nel dicembre 1999 e il reato di associazione di stampo mafioso per cui è stato condannato. La Corte territoriale ha ritenuto che l'affiliazione di Pignataro al "clan Muto" risalisse ai primi anni '80 (1980-1981, secondo dichiarazione di un collaborante riportata nella sentenza del 28 maggio 2021 della C.App. Catanzaro), per cui non sussisteva una comune ideazione tra l'associazione mafiosa e la successiva estorsione degli anni '90. La difesa aveva prodotto precedenti decisioni (sentenza di assoluzione della Corte d'Assise d'Appello di Bari del 19/03/1987 e una sentenza del Tribunale di Paola del 2006) che, a suo avviso, attesterebbero una diversa temporalità dell'ingresso nell'associazione e quindi la possibilità della continuazione.

La decisione

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso ritenendolo infondato. Ha confermato che la decisione del giudice dell'esecuzione è saldamente ancorata alle risultanze della sentenza del 28/05/2021 della Corte d'Appello di Catanzaro, la quale riporta la dichiarazione del collaborante che colloca l'affiliazione tra il 1980 e il 1981. Le produzioni difensive (precedenti assoluzioni o sentenze emesse in contesti diversi o in fasi istruttorie diverse) non sono apparse idonee a dimostrare un travisamento delle risultanze processuali o a mutare la valutazione già compiuta nel titolo esecutivo. Di conseguenza il ricorso è stato respinto e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali. Decisione resa il 9 aprile 2025.

Massime di principio

  • Per il riconoscimento della continuazione tra più reati è decisiva la prova della "comune ideazione" e della prossimità funzionale/temporale tra i fatti: la mera coincidenza di autore non basta.
  • Le valutazioni di fatto contenute in una sentenza divenuta titolo esecutivo (o in decisioni che compongono il medesimo titolo) vincolano il giudice dell'esecuzione e sono difficilmente sindacabili in sede di legittimità, salvo travisamento delle risultanze o errore di diritto evidente.
  • Decisioni anteriori di assoluzione o sentenze emesse in contesti processuali diversi o con fasi istruttorie differenti hanno limitato valore dimostrativo se non ricostruiscono compiutamente i medesimi fatti: non sostituiscono automaticamente la valutazione probatoria posta a fondamento di una condanna contenuta nel titolo esecutivo.
  • Per impugnare con successo un diniego di riconoscimento della continuazione è necessario offrire elementi nuovi o dimostrare che il giudice ha errato nella valutazione probatoria (ad es. travisamento delle fonti principali), non limitandosi a riprodurre precedenti decisioni incongruenti o non omogenee.
  • Chi propone istanza in sede esecutiva deve documentare chiaramente la connessione temporale e la continuità del disegno criminoso; in mancanza, il rigetto comporta anche la condanna alle spese processuali.

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