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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 30260/2022 del 29/07/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Richiesta di concessione del beneficio penitenziario della detenzione domiciliare ai sensi dell'art. 16-nonies decreto-legge 15/01/1991, n. 8 (convertito). Il ricorrente, collaboratore di giustizia con più titoli esecutivi in corso fino al 22/11/2042, sosteneva di aver dimostrato il ravvedimento necessario per ottenere il beneficio, facendo valere il suo percorso collaborativo e la partecipazione a un programma trattamentale; il Tribunale distrettuale aveva rigettato la domanda ritenendo che la mera collaborazione non fosse prova automatica di ravvedimento e rilevando una sanzione disciplinare (esclusione dalle attività in comune per 8 giorni, 18/11/2021) e comportamenti intramurari (es. aver portato una corda in istituto dopo un permesso premio) che dimostravano l'incompletezza del processo di ravvedimento.

La decisione

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Munafò, confermando che il Tribunale di sorveglianza di Roma ha correttamente valutato la sussistenza del requisito del ravvedimento. La Corte ha richiamato la nozione giurisprudenziale di ravvedimento quale elemento qualitativamente diverso dalla mera buona condotta carceraria, che richiede comportamenti positivi e un abbandono delle scelte criminali verificabile nel tempo. Ha ritenuto congruo il giudizio prognostico del Tribunale, che ha considerato la partecipazione trattamentale insufficiente, la sanzione disciplinare e il comportamento intramurario (tra cui il fatto di avere introdotto una corda dopo un permesso) come indici della mancata prova del ravvedimento. Conseguentemente il ricorso è stato rigettato e il ricorrente condannato alle spese processuali.

Norme richiamate

  • art. 16-nonies, decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8 (convertito)

    La norma subordina la concessione della detenzione domiciliare alla prova della resipiscenza (ravvedimento) e all'assenza di elementi che evidenzino collegamenti persistenti con la criminalità organizzata. La Corte interpreta che il requisito del ravvedimento richiede comportamenti attivi, costanti e verificabili nel tempo, non essendo sufficiente la sola qualifica di collaboratore di giustizia

  • Giurisprudenza: Sez. 1, n. 486 del 25/09/2015 (Caruso, Rv. 265471-01)

    Richiamata come principio secondo cui il ravvedimento implica comportamenti positivi tali da desumere l'abbandono delle scelte criminali; funge da parametro interpretativo per il giudizio prognostico richiesto dall'art. 16-nonies

Massime di principio

  • La qualifica di collaboratore di giustizia è rilevante ma non sufficiente di per sé a provare il ravvedimento necessario per misure alternative: il giudice richiede prove concrete e durature di abbandono delle condotte criminali.
  • Il ravvedimento va valutato nella sua dimensione attiva e comportamentale: partecipazione continuativa e proficua a programmi trattamentali, relazioni positive delle istituzioni penitenziarie e assenza di comportamenti disciplinarmente sanzionati favoriscono la concessione del beneficio.
  • Le sanzioni disciplinari e i comportamenti intramurari contrari alle regole (anche se singoli) possono pesare fortemente contro la prova del ravvedimento, salvo che non siano contestualizzati e spiegati con elementi che ne attenuino la rilevanza.
  • Il giudizio sulla detenzione domiciliare è prognostico e complessivo: il tribunale deve valutare utilità concreta e gradualità delle misure alternative, tenendo conto delle valutazioni degli organismi competenti e della durata/efficacia nel tempo del percorso rieducativo.
  • Chi chiede il beneficio deve documentare in modo sostanziale il proprio percorso di risocializzazione (rapporti e relazioni istituzionali, certificazioni di partecipazione a programmi, assenza di contatti con la criminalità organizzata), poiché l'onere probatorio sulla prova della resipiscenza è rilevante.

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