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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 25965/2022 del 06/07/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente impugna la sentenza d'appello che ha confermato la condanna a 6 mesi di reclusione per il reato previsto dagli artt. 81, comma 2, e 495 c.p., deducendo violazione dell'art. 131-bis c.p.: sostiene che la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto sarebbe stata esclusa illegittimamente solo in ragione della reiterazione della condotta e della continuazione, mentre la continuazione, di per sé, non dovrebbe ostare al riconoscimento della tenuità.

La decisione

Il ricorso è stato rigettato. La Corte di Cassazione ha confermato che la Corte d'appello e il giudice di primo grado avevano correttamente ritenuto non operante la causa di non punibilità di cui all'art. 131-bis, non in forza della sola continuazione tra reati, ma per la reiterazione delle false dichiarazioni in atto pubblico (almeno due occasioni) che denota una condotta non occasionale e dunque indice di "abitualità" ostativa al beneficio. La sentenza d'appello che aveva confermato la condanna (6 mesi di reclusione, riconosciute le circostanze attenuanti generiche e il vincolo della continuazione) è stata confermata; il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.

Norme richiamate

  • art. 81, comma 2 c.p.

    Norma richiamata come riferimento alla continuazione tra reati; la continuazione è stata riconosciuta nella fattispecie e valutata dal giudice per il calcolo della pena.

  • art. 495 c.p.

    Norma del codice penale che disciplina il reato contestato (false dichiarazioni in atto politico o simili): la condotta consiste nella fornitura di false generalità in atto pubblico.

  • art. 131-bis c.p.

    Disposizione sulla causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte ha ribadito che la pluralità di reati unificati dalla continuazione non esclude automaticamente il beneficio; tuttavia la reiterazione e l'espressione di comportamento abituale sono indicatori ostativi al riconoscimento della causa di non punibilità.

  • art. 133, primo comma, c.p.

    Richiamato come criterio per la valutazione del grado di colpevolezza, delle modalità della condotta e dell'entità del danno/pericolo nella determinazione della sussistenza della tenuità del fatto.

Massime di principio

  • La mera esistenza di più reati collegati dalla continuazione non impedisce automaticamente il riconoscimento della particolare tenuità ex art. 131-bis: occorre una valutazione concreta e complessiva della fattispecie.
  • La reiterazione di condotte penalmente rilevanti su più occasioni può qualificarsi come espressione di comportamento non occasionale/"abituale" e quindi costituire motivo ostativo al riconoscimento della tenuità.
  • Il giudizio sulla tenuità richiede la valutazione congiunta di modalità della condotta, grado di colpevolezza e entità del danno o del pericolo (art. 133 c.p.); nessuno di questi elementi è automaticamente determinante da solo.
  • L'abitualità ai fini dell'art. 131-bis non richiede che vi sia una precedente condanna: è sufficiente che la reiterazione dia conto di una devianza non occasionale.
  • In situazioni simili la difesa dovrebbe documentare l'episodicità del comportamento, la minima offensività, l'assenza di pregressa reiterazione e l'insussistenza di elementi che possano far ritenere la condotta come abituale.
  • Il giudice ha ampia discrezionalità nel bilanciare gli elementi del caso concreto; pertanto è necessario fornire elementi fattuali e probatori che dimostrino la particolare tenuità sotto tutti i profili richiesti dalla legge.
  • Se gli atti dimostrano almeno due comportamenti analoghi ravvicinati e senza giustificazioni, il rischio che venga esclusa la tenuità per abitualità è elevato.

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