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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 47670/2023 del 28/11/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

I ricorsi impugnano la sentenza d'appello che aveva confermato le condanne per peculato (entrambi i ricorrenti, con ruolo diverso) e per reati connessi (per Cottone: corruzione, accesso abusivo e rivelazione di notizie d'ufficio). Cottone ha dedotto, tra gli altri motivi, carenze probatorie sul patto corruttivo, erronea qualificazione della segretezza delle notizie (art. 326 c.p.) e vizio nella determinazione della continuazione ai fini della pena. Difesa tecnica ha poi contestato i conteggi e la sussistenza del peculato (attribuendo responsabilità contabile al concessionario HGB Connex e sostenendo l'assenza di danno erariale) e la legittimità della confisca e della provvisionale. Gulotta ha dedotto di non aver concorso nel peculato commesso dal marito, essendo estranea alla gestione, e contestato l'attribuzione di dolo per omissione.

La decisione

La Corte di Cassazione ha: 1) annullato senza rinvio la sentenza riguardo a Chiara Gulotta per non avere commesso il fatto (quindi assoluzione) perché la Corte di appello non ha dimostrato in termini probanti la compartecipazione dolosa/omissiva; 2) respinto la maggior parte dei motivi proposti da Cottone (inammissibilità o infondatezza) relativi alla prova della corruzione, alla qualificazione di notizie segrete e al peculato, confermando la sostanza delle valutazioni di merito; 3) accolto parzialmente il ricorso di Cottone sul trattamento sanzionatorio, ritenendo errata la qualificazione come più reati di corruzione invece che di un unico patto corruttivo: la sentenza è annullata solo limitatamente alla determinazione della pena e rinviata al giudice di merito per rideterminazione della pena in applicazione dei principi indicati; 4) dichiarato inammissibili i motivi relativi alla confisca e alla quantificazione del profitto e alla provvisionale (quest'ultima non sindacabile in cassazione per natura discrezionale).

Norme richiamate

  • art. 319 cod. pen. (corruzione)

    Occorre provare non solo la dazione di utilità ma il nesso di finalizzazione tra utilità e compimento di atti contrari ai doveri d'ufficio; la mera dazione può costituire indizio ma non prova sufficiente salvo che gli indizi siano gravi, precisi e concordanti.

  • art. 326 cod. pen. (rivelazione del segreto d'ufficio)

    Reato di pericolo concreto: la notizia d'ufficio è tutelata quando la sua diffusione, anche se non assolutamente occultabile per sempre, è vietata dalle norme sul diritto di accesso al momento in cui è indebitamente rivelata; la violazione del dovere di segretezza si ricava dall'art. 15 del d.P.R. n. 3/1957 come sostituito dall'art. 28 l. 241/1990.

  • art. 15 d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 (come sostituito dall'art. 28 della legge 7 agosto 1990, n. 241)

    "L'impiegato deve mantenere il segreto d'ufficio; non può trasmettere a chi non ne abbia diritto informazioni riguardanti provvedimenti od operazioni amministrative, in corso o concluse, ovvero notizie di cui sia venuto a conoscenza a causa delle sue funzioni, al di fuori delle ipotesi e delle modalità previste dalle norme sul diritto di accesso."

    Definisce il perimetro dell'obbligo di segretezza: notizie accessibili solo tramite le modalità di accesso previste non possono essere liberamente diffuse; la violazione integra art. 326 c.p. se idonea a recare nocumento.

  • art. 314 cod. pen. (peculato)

    Si configura quando il gestore/esercente di apparecchi da gioco, incaricato di pubblico servizio, si appropria di somme che appartengono alla pubblica amministrazione sin dalla riscossione (anche la parte destinata al PREU). L'omesso versamento o la trattenuta indebita integrano il reato anche se il concessionario ha poi versato le somme all'Erario.

  • art. 110 TULPS (apparecchi da gioco) e pronuncia Sez. U, n. 6087/2020 (Rubbo)

    Gli esercenti/gestori degli apparecchi sono considerati incaricati di pubblico servizio per la gestione di proventi che, al netto delle vincite, appartengono all'Amministrazione; ciò sostiene la configurabilità del peculato se si appropriano di tali somme.

  • art. 192, comma 2, cod. proc. pen.

    I fatti devono essere provati con indizi gravi, precisi e concordanti; principio utilizzato per valutare se la dazione costituisca prova del patto corruttivo.

  • art. 40, comma 2, cod. pen. (concorso di persone nel reato, omissione di impedire)

    Valutazione richiesta per distinguere responsabilità omissiva da semplice negligenza; per configurare concorso morale/omissivo occorre provare dolo o consapevolezza che il reato era in corso e la volontà di non impedire.

  • art. 81, comma 2, cod. pen. (continuazione)

    La continuazione richiede pluralità di pattuizioni o di delitti geneticamente distinti: il patto corruttivo unitario che si sviluppi nel tempo può corrispondere a un unico reato, non a plurime corruzioni, incidendo sulla determinazione della pena.

  • art. 7 Convenzione europea dei diritti dell'uomo

    Richiamata dalla difesa in tema di prevedibilità della norma penale; la Corte ha ritenuto la giurisprudenza consolidata al tempo dei fatti sufficiente a evitare la questione di illegittimità.

Massime di principio

  • Corruzione: non basta provare la dazione di denaro o utilità; bisogna dimostrare il "pactum sceleris" e il nesso causale/funzionale tra utilità e atto contrario ai doveri d'ufficio. La circostanza temporale e la consapevolezza delle parti rafforzano il quadro probatorio, ma la valutazione è complessiva e indiziaria (art. 192 c.p.p.).
  • Se la relazione tra pubblico ufficiale e privato è regolata da un accordo di asservimento generale (il pubblico "vende" la sua funzione), quel patto può integrare un unico reato di corruzione anche se si materializza in più atti nel tempo; la riconduzione a fattispecie plurime richiede prova di pattuizioni distinte.
  • Peculato per i gestori di apparecchi di gioco: i proventi netti appartengono all'Amministrazione dalla riscossione; la trattenuta o l'appropriazione configurano peculato anche se il concessionario ha poi versato le somme all'Erario, e la responsabilità del concessionario nei conteggi non esclude la responsabilità del gestore.
  • Rivelazione di notizie d'ufficio (art. 326 c.p.): è protetta non solo l'informazione assolutamente segreta ma anche quella la cui diffusione è vietata o regolata dalle norme sul diritto di accesso; l'utilizzo o la rivelazione a soggetti non titolati integra illecito.
  • Partecipazione/omissione: per affermare il concorso doloso di chi era a conoscenza del reato altrui occorre dimostrare la volontà o la consapevolezza che l'illecito era in atto e la scelta intenzionale di non impedire; mera conoscenza o negligenza (anche grave) possono giustificare atto d'accusa per colpa ma non il dolo.
  • Confisca del profitto del reato di peculato è legittima anche se successivamente il concessionario ha versato l'importo all'Erario, poiché il reato si fonda sull'appropriazione dal gestore dei proventi altrui.
  • Impugnabilità della provvisionale: le decisioni sulla provvisionale in sede penale sono difficilmente sindacabili in Cassazione in quanto atti discrezionali e non definitivi sul risarcimento.
  • In appello e in cassazione, i ragionamenti difensivi che si limitano a prospettare ipotesi alternative senza indicare elementi probatori specifici difficilmente superano il vaglio di ammissibilità o il merito; i rimedi vanno fondati su contestazioni puntuali e su elementi probatori concreti.

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