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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 15500/2022 del 21/04/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Richiesta di annullamento dell'ordinanza della Corte d'appello di Roma che, in qualità di giudice della riparazione ex art. 314 c.p.p., aveva rigettato l'istanza di equo indennizzo per ingiusta detenzione subita in seguito a misura cautelare (custodia in carcere) disposta nel 2008. Il ricorrente deduceva violazione di legge e vizio motivazionale (art. 606, comma 1, lett. b) e e) c.p.p.) contestando che la Corte territoriale avesse erroneamente ritenuto sussistente la colpa grave esclusiva dell'indennizzo sulla base di fatti innocui (aver accolto il collaboratore Giuliano in ufficio, averlo raggiunto per strada dopo una chiamata al citofono, aver mangiato occasionalmente con lui e con Falanga e Anastasio) e sull'affidamento alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di una concreta ed effettiva prospettazione di vizi di motivazione o di specifiche violazioni di legge; ha confermato che la colpa grave ai fini dell'art. 314 c.p.p. può consistere in comportamenti che, pur non essendo di per sé delittuosi, in una valutazione ex ante possono avere concorso a determinare la misura cautelare. Per l'inammissibilità il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali, al versamento di euro 3.000 alla cassa delle ammende ai sensi dell'art. 616 c.p.p. e alla rifusione delle spese sostenute dal Ministero resistente, liquidate in euro 1.000

Norme richiamate

  • art. 416-bis cod. pen. (associazione di tipo mafioso)

    Norma richiamata come tipologia del reato contestato in fase cautelare (associazione di tipo mafioso, nella specie camorra); nel caso viene citata come contesto dell'accusa a carico dell'imputato

  • art. 314 cod. proc. pen. (riparazione per ingiusta detenzione)

    Regola il diritto all'equo indennizzo per ingiusta detenzione; la Corte interpreta la causa di esclusione dell'indennizzo (colpa grave del detenuto) nel senso che la colpa grave non richiede necessariamente condotte costituenti reato, ma può consistere in comportamenti che, in una valutazione ex ante, hanno causato o concorso a causare la misura cautelare

  • art. 606, comma 1, lett. b) e e) cod. proc. pen. (motivi di cassazione)

    Richiamato come criterio di censura: il ricorso deve indicare violazioni di legge o vizi motivazionali specifici; la Corte ha ritenuto che il ricorrente non abbia concreteggiato né l'una né l'altra ipotesi, determinando l'inammissibilità

  • art. 616 cod. proc. pen. (sanzioni per atti o ricorsi manifestamente infondati)

    Dispositivo invocato per imporre la sanzione pecuniaria (euro 3.000) al ricorrente per l'inammissibilità manifestata del ricorso

Massime di principio

  • La colpa grave rilevante ai fini dell'art. 314 c.p.p. non richiede che la condotta del richiedente integri un reato: è sufficiente che, in una valutazione ex ante, la condotta abbia contribuito in maniera determinante o concorrente a determinare la misura cautelare
  • In cassazione i motivi devono contenere una precisa e concreta prospettazione del vizio di diritto o di motivazione (mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione); mere deduzioni o ripetizioni dei fatti di merito senza specifiche censure giuridiche sono dichiarate inammissibili
  • Le dichiarazioni di collaboratori di giustizia, se ritenute riscontrate dal giudice di merito con elementi di riscontro, possono legittimamente fondare misure cautelari e influenzare la valutazione della colpa grave in sede di riparazione
  • Chi intende ottenere l'equo indennizzo dopo assoluzione deve dimostrare l'assenza di colpa grave: ciò richiede contestazioni puntuali della valutazione ex ante del giudice di merito o prova che i comportamenti addebitati non potevano ragionevolmente indurre l'autorità a disporre la custodia cautelare
  • L'inammissibilità del ricorso può comportare sanzioni economiche (spese processuali, rifusione spese della controparte, e talvolta somme alla cassa delle ammende), pertanto è essenziale predisporre motivi di cassazione solidi e ben circostanziati

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