Cassazione Penale, Sentenza n. 29387/2026 del 03/08/2026
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al ricorrente (imputato)
La controversia
L'imputato ha impugnato la sentenza della Corte di appello che, in parziale riforma della decisione di primo grado, aveva rideterminato la pena per fatti di estorsione e aggravante del metodo mafioso. La vicenda riguarda due distinti episodi ai danni di un commerciante di autovetture, costretto a cedere gratuitamente veicoli e targa prova, e di un imprenditore, costretto ad assumere lavoratori indicati dall'imputato. Nel ricorso sono stati dedotti: mancata ammissione di perizia sulle trascrizioni di intercettazioni; omessa motivazione sulla memoria difensiva depositata in primo grado; insussistenza della minaccia e quindi del delitto di estorsione nei capi a) e b); insussistenza della minaccia/intimidazione e erronea qualificazione del fatto di cui al capo d) come estorsione anziché violenza privata; erronea ritenuta sussistenza dell'aggravante del metodo mafioso; violazione del divieto di reformatio in peius per l'aumento di pena relativo a tale aggravante; mancato riconoscimento delle attenuanti generiche.
La decisione
La Corte di cassazione ha ritenuto infondati o inammissibili quasi tutti i motivi di ricorso, confermando la responsabilità dell'imputato per i reati contestati e la sussistenza dell'aggravante del metodo mafioso. Ha però accolto il motivo relativo al trattamento sanzionatorio, rilevando che la Corte di appello aveva applicato per l'aggravante ex art. 416-bis.1 c.p. un aumento di pena più grave di quello irrogato in primo grado, in violazione dell'art. 597 c.p.p. In applicazione dell'art. 620, lett. l), c.p.p., la Corte ha corretto direttamente la pena senza rinvio, rideterminando la sanzione finale in anni 5, mesi 6, giorni 20 di reclusione ed euro 5.000 di multa. Il ricorso è stato quindi rigettato nel resto; l'imputato è stato condannato anche alla rifusione delle spese in favore della parte civile.
Norme richiamate
art. 606, lett. e), c.p.p.
censura di motivazione utilizzata per contestare sia il diniego della perizia in appello sia la motivazione sulla memoria difensiva e sulle questioni di merito
art. 606, lett. b), c), d) ed e), c.p.p.
richiamato per dedurre cumulativamente violazioni di legge e vizi motivazionali, ma la Corte osserva che le censure, nella sostanza, mirano a una diversa ricostruzione del fatto
art. 173 disp. att. c.p.p.
menzionato per delimitare la sintesi dei motivi di ricorso
art. 603, comma 3, c.p.p.
nel giudizio abbreviato di appello l'integrazione probatoria è rimessa al giudice solo se assolutamente necessaria; le parti non hanno un diritto alla nuova prova
art. 597 c.p.p.
divieto di reformatio in peius esteso a tutti gli elementi autonomi della pena; il giudice d'appello, se impugna solo l'imputato, non può aggravare un singolo componente del trattamento sanzionatorio
art. 629 c.p.
richiamato per la configurazione del delitto di estorsione, anche nella forma contrattuale, in presenza di costrizione intimidatoria
art. 416-bis.1 c.p.
aggravante del metodo mafioso applicabile anche in presenza di intimidazione implicita o 'silente', senza necessità di una esplicita richiesta o di un'associazione mafiosa accertata in concreto
art. 99, quarto comma, c.p.
richiamato per la recidiva reiterata e per l'aumento di pena ad essa conseguente
art. 81, quarto comma, c.p.
richiamato per la continuazione e per gli aumenti di pena relativi ai reati satellite
art. 63, quarto comma, c.p.
richiamato nel calcolo dell'aumento per la recidiva; la Corte osserva che l'aumento applicato in appello è stato inferiore al massimo consentito
art. 620, lett. l), c.p.p.
consente alla Cassazione di correggere direttamente l'errore sul trattamento sanzionatorio senza rinvio
art. 606, lett. b), c), d) ed e), c.p.p.
richiamato anche per le doglianze sulla qualificazione giuridica e sulla prova della minaccia/intimidazione
art. 192 c.p.p.
non citato espressamente nel testo come norma applicata, ma la Corte insiste sul corretto apprezzamento delle prove secondo i limiti del giudizio di legittimità
Massime di principio
- Nel giudizio di legittimità non è consentito sollecitare una nuova valutazione del materiale probatorio quando la censura si risolve nella proposta di una ricostruzione alternativa dei fatti rispetto a quella compiuta dai giudici di merito.
- La minaccia penalmente rilevante ai fini dell'estorsione può essere anche implicita, larvata o indiretta, purché idonea, in concreto, a incutere timore e a coartare la volontà della vittima in relazione al contesto, alla personalità dell'agente e alle condizioni della persona offesa.
- L'estorsione può sussistere anche quando la vittima sia costretta a concludere o mantenere un rapporto patrimoniale o contrattuale contro la propria autonomia negoziale; in tal caso l'ingiusto profitto e il danno altrui sono impliciti nella costrizione.
- Le dichiarazioni della persona offesa che escludano minacce non sono decisive se risultano logicamente e documentalmente smentite da intercettazioni o da altri elementi convergenti valorizzati con motivazione non illogica.
- L'aggravante del metodo mafioso è configurabile anche in assenza di violenza eclatante o di esplicita spendita del nome del clan, quando il messaggio intimidatorio sia veicolato da un contesto territoriale di criminalità organizzata e da modalità comunicative che richiamino il potere mafioso e siano percepite come tali.
- Nel giudizio di appello instaurato dal solo imputato, il divieto di reformatio in peius impedisce di aggravare singoli componenti della pena rispetto a quanto stabilito in primo grado, anche se la pena complessiva finale risulti poi più favorevole per l'imputato.
- La mancata considerazione di una memoria difensiva non determina automaticamente nullità della sentenza, ma può rilevare solo come vizio di motivazione se la memoria conteneva argomenti specifici e decisivi effettivamente trascurati.
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