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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 46722/2023 del 21/11/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione dell'ordinanza del Tribunale di Catanzaro che aveva respinto l'istanza di riesame avverso l'ordinanza del GIP che aveva applicato la custodia cautelare in carcere. L'imputazione riguarda estorsione aggravata (capo 3) e usura (capo 5). Il ricorrente deduce violazione di norme penali (art. 110, 629, 416-bis.1 e richiamo agli artt. 56, 610) e vizio di motivazione: sostiene che non vi sia alcun ingiusto profitto né danno patrimoniale poiché la vendita dell'autovettura non si sarebbe perfezionata per la comproprietà con la moglie; chiede la derubricazione in tentativo o in altra fattispecie (art. 610) e censura la valutazione delle esigenze cautelari, rilevando la propria incensuratezza, la regolare attività lavorativa, il ruolo marginale nella vicenda e il cambiamento di vita, nonché la mancata motivazione sul rifiuto delle misure meno afflittive (domiciliari).

La decisione

Il ricorso è stato dichiarato inammissibile. La Corte ha ritenuto corretta la qualificazione del fatto al capo 3 come estorsione consumata: l'indagato ha contribuito a costringere la vittima a sottoscrivere il passaggio di proprietà a soggetto diverso da quello prescelto, incidendo sulla sfera patrimoniale della stessa; il fatto si è consumato nonostante l'assenza della moglie comproprietaria. Quanto alle esigenze cautelari, la Corte ha ritenuto fondata la valutazione del Tribunale che, alla luce dell'aggravante di cui all'art. 416-bis.1 (metodo mafioso), ha ritenuto sussistere una presunzione relativa di pericolosità e l'idoneità della custodia in carcere in assenza di elementi specifici idonei a confutarla. Ha inoltre considerato rilevante la successione temporale dei fatti (usura 2019-2020 e poi estorsione nel 2021) come indicativa di una propensione a delinquere e ha ritenuto che Curcio abbia agito come uomo di fiducia di Nicola Comberiati, avvalendosi della sua fama criminale per soggiogare le vittime. Esito: inammissibilità del ricorso, condanna del ricorrente alle spese processuali e al versamento di euro 3.000 alla cassa delle ammende; rinvio alla cancelleria per adempimenti.

Norme richiamate

  • art. 110 cod. pen.

    utilizzato per valutare il concorso di persone nella commissione del reato (concorso di Curcio con altri quali Comberiati e El Kharchi)

  • art. 629 cod. pen.

    definizione di estorsione: la Corte ha ritenuto che la costrizione alla stipula del negozio patrimoniale integri l'elemento dell'ingiusto profitto e che il reato si sia consumato nonostante vizi di titolarità formale del bene

  • art. 416-bis.1 cod. pen.

    aggravante per metodo mafioso: la Corte ha attribuito a tale aggravante rilievo ai fini della valutazione della pericolosità, determinando una presunzione relativa di necessità della custodia cautelare in carcere, salvo prova contraria specifica

  • art. 56 cod. pen.

    richiamato dalla difesa per sostenere la configurabilità del tentativo; la Corte ha ritenuto però che il reato fosse consumato e non meritevole di derubricazione a tentativo

  • art. 610 cod. pen.

    norma evocata dalla difesa per una diversa qualificazione della condotta (violenza privata); la Corte ha escluso tale derubricazione ritenendo l'estorsione consumata

  • art. 94, comma 1-ter, disp. att. cod. proc. pen.

    norma procedurale richiamata per gli adempimenti di cancelleria successivi alla pronuncia

Massime di principio

  • Nell'estorsione cd. contrattuale l'elemento dell'ingiusto profitto è implicito: la costrizione che impedisce alla vittima di esercitare liberamente la propria autonomia negoziale può integrare il reato anche se il prezzo pattuito non è inferiore al valore richiesto dalla vittima.
  • La consumazione dell'estorsione può essere riconosciuta anche quando la formalità della titolarità del bene (es. comproprietà) presenti profili anomali, se la condotta ha comunque determinato un'effettiva lesione della sfera patrimoniale e della libertà negoziale della vittima.
  • La derubricazione a tentativo o a fattispecie meno grave richiede elementi probatori concreti che dimostrino l'interruzione dell'evento; semplici argomentazioni sulla mancanza di danno patrimoniale non sono necessariamente decisive.
  • L'aggravante di metodo mafioso (art. 416-bis.1) produce una presunzione relativa di pericolosità: il giudice cautelare può ritenere necessaria la custodia in carcere salvo che la difesa non fornisca elementi specifici e concreti volti a confutare tale presunzione.
  • Per contrastare la misura cautelare in carcere è necessario fornire argomentazioni specifiche e prove concrete (es. stabile lavoro, legami familiari verificabili, documentazione sul ruolo marginale nell'organizzazione, elementi di riabilitazione temporale) e non solo affermazioni generiche.
  • La successione temporale di reati simili (es. usura e poi estorsione) è un elemento che il giudice può utilizzare per desumere una propensione a delinquere e dunque il pericolo di reiterazione; la difesa deve affrontare direttamente tale dato con prove contrarie.
  • Quando si chiede l'applicazione di misure meno afflittive (domiciliari), è utile formulare proposte concrete e dimostrare specifici motivi ostativi alla recidiva (lavoro controllabile, obblighi di firma, divieto di contatti con determinati soggetti) per consentire al giudice di valutare l'adeguatezza della misura alternativa.

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