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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 26764/2025 del 22/07/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il Procuratore Generale impugna la sentenza di patteggiamento resa dal Tribunale di Trento perché il giudice ha subordinato l'applicazione della pena al versamento di una somma a risarcimento del danno entro tre mesi dal passaggio in giudicato. Tale condizione è ritenuta illegale perché il risarcimento non è stato definito né liquidato e, nel nostro ordinamento penale, non è prevista la subordinazione dell'applicazione della pena al pagamento di un danno non determinato. Inoltre il ricorrente contesta che l'errore non sia correggibile ex art. 130 cod. proc. pen., essendo la decisione indecifrabile e priva di riferimento alla sospensione condizionale della pena (art. 163 cod. pen.), ipotesi evocata dal giudice meramente come possibile refuso.

La decisione

La Corte ha dichiarato il ricorso ammissibile e fondato. Ha ritenuto la statuizione di subordinazione della pena al pagamento del risarcimento illegale e indecifrabile e ha disposto l'annullamento senza rinvio della sentenza di patteggiamento. Ha inoltre ordinato la trasmissione degli atti al Tribunale di Trento per il prosieguo, riconoscendo alle parti la possibilità di ricomporre l'accordo sulla pena una volta chiarito il contenuto della subordinazione che si intendeva applicare.

Norme richiamate

  • art. 444 cod. proc. pen.

    Norma che disciplina l'applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento). Nel caso distrutto dal ricorso, l'istanza e il dispositivo riproducevano la condizione illegale; la Corte osserva che l'accordo di patteggiamento deve contenere condizioni chiare e conformi alla legge.

  • art. 448, comma 2-bis, cod. proc. pen.

    Consente il ricorso in Cassazione per motivi relativi alla pena illegale nelle ipotesi di applicazione della pena su richiesta delle parti; la Corte lo ha ritenuto applicabile e ha ammesso il ricorso per il vizio di illegittimità della condizione imposta.

  • art. 130 cod. proc. pen.

    Prevede la correzione di errori materiali o di mere inesattezze; la Corte ha escluso l'applicabilità perché l'errore non era meramente materiale ma rendeva la decisione indecifrabile e priva di riferimenti essenziali.

  • art. 163 cod. pen.

    Disciplina la sospensione condizionale della pena, che può essere subordinata a condizioni riparatorie legittime se espressamente disposta; la Corte ha osservato che, se il giudice avesse inteso tale beneficio, ciò doveva risultare esplicitamente e non può essere desunto da un testo ambiguo.

Massime di principio

  • Non è ammesso subordinare l'applicazione della pena al pagamento di un risarcimento civile non definito o non liquidato; condizioni simili rendono la pena illegale.
  • In ipotesi di patteggiamento, ogni condizione che incida sulla pena deve essere formulata in modo chiaro e conforme alle norme penali; ambiguità o mancanza di riferimento a istituti specifici (es. sospensione condizionale) possono determinare l'annullamento.
  • Gli errori meramente materiali possono essere corretti ex art. 130 cod. proc. pen., ma non quando l'errore riguarda il contenuto essenziale della decisione e ne impedisce la comprensione.
  • Se il giudice intende subordinare una misura alla sospensione condizionale della pena (art. 163 cod. pen.), tale scelta deve risultare esplicitamente dagli atti; non è possibile dedurla da formulazioni ambigue.
  • Il Procuratore Generale può impugnare in Cassazione le statuizioni di patteggiamento che contengono pene illegali ai sensi dell'art. 448, comma 2-bis; in caso di annullamento senza rinvio, le parti possono ricomporre l'accordo sulla pena con modalità legittime.

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