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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 7923/2023 del 23/02/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorso denunciava nullità e vizio di motivazione dell'ordinanza che aveva respinto le istanze di affidamento in prova, detenzione domiciliare e semilibertà. Il difensore sostiene che il Tribunale ha basato la valutazione negativa sulla pericolosità sociale dell'interessato attribuendo al ricorrente precedenti e fatti che in realtà erano riconducibili a un omonimo (Savino Cortese nato il 15/09/1971). In particolare il Tribunale aveva ritenuto che il ricorrente fosse soggetto a ordine di esecuzione per pena di anni 2, mesi 3 e giorni 25 per ricettazione (sentenza 22/09/2021) e fosse agli arresti domiciliari ex art. 656 c.p.p.; tali risultanze non emergono dai certificati personali del ricorrente (casellario, carichi pendenti, SID) ma da atti relativi all'omonimo. Inoltre il Tribunale aveva considerato non concreta l'offerta di lavoro proposta perché il datore di lavoro era legato al complice; il ricorso ne contesta però la fondatezza ratione personae degli elementi ostativi adottati.

La decisione

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, ritenendolo fondato. Ha rilevato che il Tribunale di Sorveglianza di Bari ha valorizzato elementi negativi riferibili a un omonimo e ha attribuito al ricorrente condanne e regime detentivo che non risultano nei suoi certificati personali. Tali errori percettivi hanno viziato il percorso logico-motivazionale del provvedimento impugnato. Pertanto la Corte ha annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato il giudizio al Tribunale di Sorveglianza di Bari per nuovo esame con riferimento alla reale situazione personale di Savino Cortese nato il 23/07/1977.

Norme richiamate

  • art. 656, comma 10, cod. proc. pen.

    Richiamato nel provvedimento impugnato quale norma che descrive il regime degli arresti domiciliari; la Corte ha rilevato che l'attribuzione all'istante di tale regime risultava da atti riferibili a un omonimo e non dal casellario del ricorrente, con conseguente vizio nella valutazione della pericolosità

Massime di principio

  • In presenza di omonimia occorre verificare con cura l'identità della persona nei certificati (casellario, carichi pendenti, Sistema Informativo Detenuti) prima di valorizzare precedenti o misure personali ai fini della decisione su misure alternative
  • La valutazione della pericolosità sociale deve fondarsi su elementi certi e riferibili alla specifica persona: l'attribuzione di condanne o violazioni appartenenti a terzi vizierebbe la motivazione e può determinare l'annullamento del provvedimento
  • Il giudice deve accertare la concretezza e l'attualità delle offerte lavorative proposte come requisito per misure alternative; elementi di possibile conflitto (es. rapporto tra datore e complice) vanno documentati e motivati, non semplicemente assunti
  • Errori fattuali o di identificazione che incidono sul giudizio di pericolosità costituiscono un vizio logico-motivazionale rilevante e sono rimediabili con ricorso in Cassazione con esito di annullamento e rinvio per nuovo esame
  • Quando emergono dubbi sulla veridicità dei dati in atti, è opportuno che il giudice disponga accertamenti formali (richiesta di documenti ufficiali, confronti identificativi) prima di assumere decisioni che limitano misure alternative

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