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Cassazione Civile, Ordinanza n. 04159/2024 del 15/02/2024

Giurisprudenza civile

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

RIGETTO

Favorevole al resistente (fallimento)

La controversia

Un professionista ha chiesto l’ammissione al passivo di un fallimento per un credito da compensi relativi a prestazioni professionali asseritamente svolte tra il 2009 e il 2012 in favore della società poi fallita, con privilegio ex art. 2751-bis, n. 2, c.c. Il giudice delegato ha escluso il credito ritenendolo in parte prescritto e comunque non adeguatamente dimostrato, anche perché la documentazione prodotta non chiariva i criteri di liquidazione. Il Tribunale di Ancona, decidendo sull’opposizione allo stato passivo, ha escluso la prescrizione parziale ma ha confermato il rigetto dell’insinuazione per mancanza di prova sia dell’an sia del quantum del credito, valorizzando pagamenti già eseguiti, una fattura emessa a saldo per euro 25.000, corrispondenza e un accordo con terzi relativo alla possibile cessione del credito, oltre alla circostanza che parte delle attività risultavano svolte anche per altre società del gruppo o tramite una società riferibile al professionista. Con il ricorso per cassazione il professionista ha dedotto: (1) omesso esame di un fatto decisivo, sostenendo che la fattura a saldo sarebbe stata emessa in un diverso contesto negoziale e che, risolta la relativa operazione, sarebbe riespanso il credito verso la fallita; (2) omesso esame del carteggio con il difensore della fallita e violazione degli artt. 2697 c.c. e 115 c.p.c., invocando la non contestazione delle prestazioni e dei compensi; (3) omesso esame della distinzione tra attività svolte personalmente e attività svolte tramite una società collegata, oltre a violazione degli artt. 2697 c.c. e 115 c.p.c.; (4) violazione dei parametri del D.M. n. 55/2014 per asserita abnormità della liquidazione dei compensi professionali. La Corte ha ritenuto il primo motivo inammissibile, il secondo infondato quanto alla violazione di legge e inammissibile per il resto, il terzo inammissibile e in parte infondato, e il quarto inammissibile per genericità. Ha quindi rigettato integralmente il ricorso, con condanna del ricorrente alle spese.

La decisione

La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso. Ha confermato che, in materia di insinuazione al passivo per compensi professionali, il professionista deve provare il conferimento dell’incarico, l’effettivo svolgimento dell’attività e l’entità delle prestazioni. Nel caso concreto, le censure sono state respinte perché non individuavano fatti storici decisivi omessi dal giudice di merito oppure si risolvevano in contestazioni generiche della valutazione probatoria compiuta nel decreto impugnato. In particolare, la Corte ha affermato che la fattura emessa a saldo non costituiva prova idonea del maggior credito preteso; che il principio di non contestazione opera solo per fatti allegati nel processo e noti alla controparte, non per circostanze dedotte in via extraprocessuale; che spettava al professionista dimostrare quali attività avesse svolto personalmente e quali tramite la società a lui riferibile, e per chi; e che la doglianza sulla liquidazione dei compensi era priva della necessaria specificità. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese in favore del fallimento.

Norme richiamate

  • art. 2751-bis, n. 2, c.c.

    richiamato come base del privilegio invocato per il credito da compensi professionali

  • art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c.

    il motivo ex vizio di motivazione è stato ritenuto inammissibile quando non indica un fatto storico decisivo omesso

  • art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c.

    la dedotta violazione di legge è stata esclusa perché il principio di non contestazione non si applica ai fatti allegati solo in sede extraprocessuale

  • art. 2697 c.c.

    la prova dell’incarico, dell’esecuzione e dell’entità del compenso incombe sul professionista che agisce per il pagamento

  • art. 115 c.p.c.

    la non contestazione opera solo nel perimetro del processo e non rispetto a missive o interlocuzioni extraprocessuali

  • D.M. n. 55/2014, art. 4, tabella 2

    la censura sulla liquidazione dei compensi è inammissibile se non accompagnata da una specifica indicazione delle voci e degli importi contestati

Massime di principio

  • Nel giudizio di ammissione al passivo per compensi professionali, il creditore deve provare in modo compiuto il conferimento dell’incarico, l’effettivo svolgimento della prestazione e la misura del compenso richiesto; non basta allegare in modo generico l’attività svolta.
  • La fattura emessa dal professionista, specie se proveniente dalla stessa parte, ha mera valenza documentale/fiscale e non costituisce di per sé prova sufficiente del maggior credito reclamato, soprattutto quando la pretesa sia contestata nel suo ammontare.
  • Il principio di non contestazione opera solo per i fatti allegati nel processo e conosciuti dalla controparte; non può desumersi da corrispondenza o trattative extraprocessuali non riversate ritualmente nel giudizio.
  • Quando la prestazione professionale sia stata svolta anche tramite soggetti terzi o società riferibili al professionista, spetta a quest’ultimo dimostrare la riferibilità delle singole attività al proprio credito verso il debitore.
  • La censura in cassazione sulla liquidazione dei compensi richiede una critica analitica e specifica alle voci tariffarie o ai parametri applicati; contestazioni generiche sulla sproporzione della somma sono inammissibili.

Come è indicizzato

MaterieAccertamento del passivoProveImpugnazioni
RamiFallimentare / Crisi d'impresaProcesso civile
SottomaterieRicorso per cassazione
IstitutiOnere della provaGiudicatoNullità

Testo integrale

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