Sentenza n. 7679/2026 - Consiglio Di Stato, Sezione 4
per la riforma della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per il Lazio - sede di Roma (sezione quarta ter) n. 2534/2024
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeAtto impugnato: diniego di accertamento di conformità edilizia relativo alla tamponatura di un pergolato, alla realizzazione di una scala interna e di locali di servizio nel sottotetto
Esito
Favorevole al resistente (comune)
Prevale l’amministrazione
La controversia
Il proprietario aveva impugnato il diniego del 22 luglio 2013, relativo all’istanza di accertamento di conformità presentata il 9 febbraio 2012 ai sensi dell’art. 36 d.P.R. 380/2001. In appello ha dedotto, in primo luogo, l’omessa pronuncia e l’erroneità della sentenza di primo grado per non avere considerato la pendenza della domanda di condono presentata nel 2004 dal precedente proprietario e le D.I.A. del 2006 e del 2010. Ha sostenuto che la determinazione repressiva del 30 novembre 2010 non poteva avere efficacia inibente su tali D.I.A., essendo intervenuta oltre il termine previsto dall’art. 19, comma 3, l. 241/1990; che tale determinazione non era richiamata nel diniego e non poteva essere utilizzata in giudizio per integrarne la motivazione; che le opere oggetto della sanatoria erano diverse da quelle già sanzionate e che la nuova istanza avrebbe comunque superato le determinazioni precedenti. In secondo luogo, ha contestato la non conformità urbanistica, sostenendo che le opere — tamponatura del pergolato, scala interna, locali di servizio nel sottotetto e rifacimento della copertura — non comportavano nuova cubatura o nuova costruzione, ma costituivano interventi di manutenzione straordinaria o ristrutturazione, non soggetti ai parametri dell’art. 76 delle N.T.A. del piano regolatore.
La decisione
L’appello è stato respinto e la sentenza del TAR Lazio, Roma, Sez. IV-ter, n. 2534/2024 è stata confermata. Il Consiglio di Stato ha ritenuto che il diniego di sanatoria trovasse fondamento, anche se non esplicitato, nella determinazione del 30 novembre 2010, n. 2696, rimasta inoppugnata, che aveva accertato l’abusività del manufatto principale in cemento armato — di circa 150 mq al piano interrato e 100 mq al piano terra — e ne aveva ingiunto la demolizione. Tale atto si era consolidato e regolava definitivamente il rapporto, privando di efficacia le precedenti D.I.A.; le opere oggetto della nuova istanza erano un ampliamento del manufatto abusivo e ne condividevano la non conformità urbanistico-edilizia. La pendenza della domanda di condono del 2004 non mutava tale assetto: avrebbe potuto essere fatta valere impugnando l’ordine di demolizione e, in mancanza, poteva soltanto impedire l’esecuzione dell’ordine fino alla definizione del condono. Il Collegio ha quindi escluso che la nuova istanza avesse superato gli effetti della determinazione repressiva o riguardasse opere autonome rispetto all’immobile abusivo. Ha inoltre respinto la censura di integrazione postuma della motivazione: il giudizio di legittimità poteva considerare i presupposti di fatto e di diritto complessivamente esistenti al momento dell’adozione, anche se uno di essi, quale l’ordine di demolizione consolidato, non era menzionato nel diniego, trattandosi di fonte regolatrice del rapporto. Le spese sono state compensate per la peculiarità della controversia.
Norme richiamate
art. 36 d.P.R. 380/2001
Rimane in altri termini fermo che le opere per le quali è stata chiesta la sanatoria ai sensi del più volte richiamato art. 36 del testo unico dell’edilizia costituiscono in un ampliamento del preesistente immobile, il cui stato urbanistico-edilizio è quello di un immobile abusivo di cui è stata ordinata la demolizione.
L’accertamento di conformità richiesto per opere che ampliano un immobile già accertato abusivo e colpito da un ordine di demolizione non consente di eludere l’assetto urbanistico-edilizio definitivamente determinato da tale ordine.
art. 19, comma 3, l. 241/1990
La disposizione è richiamata soltanto come base della censura dell’appellante circa la tardività dell’intervento inibitorio sulle D.I.A.; il Consiglio di Stato non ne sviluppa un’interpretazione autonoma, ritenendo comunque decisivo il consolidamento dell’ordine di demolizione non impugnato.
Massime di principio
- Quando un ordine di demolizione relativo a un immobile abusivo non è impugnato, esso si consolida e regola definitivamente il rapporto tra privato e amministrazione; le successive istanze edilizie non possono rimetterne in discussione gli effetti.
- Le opere che costituiscono ampliamento di un immobile già accertato abusivo e destinatario di un ordine di demolizione condividono, ai fini della sanatoria, la situazione urbanistico-edilizia del manufatto principale e non possono essere considerate autonomamente conformi solo perché descritte come interventi diversi.
- La pendenza di una domanda di condono non definita non supera automaticamente gli effetti di un ordine di demolizione consolidato; in assenza di tempestiva impugnazione dell’ordine, la pendenza può soltanto impedire la sua esecuzione fino alla definizione del condono.
- Nel sindacato di legittimità, un presupposto non espressamente menzionato nel provvedimento può essere considerato quando risulta dal quadro di fatto e di diritto esistente al momento dell’adozione e costituisce una fonte regolatrice del rapporto, senza che ciò integri necessariamente una motivazione postuma.
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