Cassazione Penale, Sentenza n. 24717/2024 del 21/06/2024
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al ricorrente
La controversia
Ricorso per violazione di legge: la ricorrente contestava che la Corte territoriale non avesse valutato l'insussistenza del dolo per peculato in ragione dell'irrisorietà della somma trattenuta e della natura negligente della condotta; inoltre censurava l'errata indicazione della quota spettante all'ente (sosteneva che la convenzione prevedeva il 17% e non il 50%), con conseguente mancato versamento complessivo di soli euro 81,60.
La decisione
La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso fondato. Pur riconoscendo che la somma complessiva appropriata (calcolata dalla Suprema Corte) è di euro 81,60 (17% di 480 euro), ha ritenuto che la Corte territoriale non abbia chiarito in modo adeguato un elemento centrale per la configurabilità del peculato: se le somme fossero state riscosse nell'ambito della procedura di "intra moenia" (quindi spettanti all'ente e gestite "in ragione del pubblico ufficio") oppure al di fuori di tale rapporto (casi in cui la disponibilità potrebbe non rientrare nella ragione dell'ufficio). Per tale motivo la sentenza impugnata è stata annullata e la causa rinviata per nuovo giudizio a diversa Sezione della Corte d'appello di Catania.
Norme richiamate
art. 323-bis c.p.
Norma richiamata dalla Corte come circostanza attenuante valutata in primo grado per la modesta entità della somma; la sentenza di legittimità rileva che l'irrisorietà può essere valutata ma non sostituisce l'accertamento degli elementi essenziali del reato.
delitto di peculato (principio giuridico richiamato)
Per la configurabilità del peculato è necessario che l'appropriazione riguardi denaro o cose di cui il pubblico agente dispone "in ragione del suo ufficio o servizio": occorre dunque dimostrare il rapporto tra la disponibilità della somma e l'esercizio di poteri o doveri funzionali, nonché la possibilità per l'agente di tenerne trattamenti tipici dell'"uti dominus".
giurisprudenza richiamata (Sez. 6, n. 35988/2015 - Berti; Sez. 6, n. 34884/2007)
La Corte cita orientamenti che precisano come non sia configurabile il peculato quando il possesso del denaro deriva da un affidamento meramente "intuitu personae" o da situazioni prive di legittimità; tali principi sono stati utilizzati per sottolineare l'esigenza di accertare la natura giuridica della disponibilità del denaro.
Massime di principio
- Per integrare il peculato è fondamentale dimostrare che la disponibilità delle somme era collegata all'esercizio dell'incarico pubblico (disponibilità "in ragione del suo ufficio"); la mera percezione di denaro da terzi non è sufficiente se proveniente da rapporti estranei o "intuitu personae".
- L'irrisorietà dell'importo può incidere solo sul piano della gravità e delle attenuanti (es. art. 323-bis) ma non esclude automaticamente il dolo; tuttavia va sempre verificato se il fatto abbia comunque inciso sul buon andamento o sulla sfera patrimoniale dell'ente.
- È necessario chiarire il quadro contrattuale/organizzativo (es. se l'attività era autorizzata "intra moenia" e regolata dalla convenzione): l'esito dell'accertamento determina se la mancata corresponsione rileva penalmente (peculato) o soltanto sotto profili disciplinari/contrattuali o contabili.
- La quantificazione corretta delle somme e della quota spettante all'ente è rilevante non solo per la determinazione della pena ma anche per la configurazione stessa del reato; errori nella misura possono alterare la qualificazione giuridica della condotta.
- In casi dubbi la Corte può disporre l'annullamento e il rinvio per nuovo giudizio quando persistono questioni di fatto rilevanti e non adeguatamente istruite dai giudici di merito.
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