Cassazione Penale, Sentenza n. 22865/2026 del 22/06/2026
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al resistente
La controversia
Impugnazione dell'ordinanza che aveva rigettato la richiesta di rideterminazione della pena inflitta con sentenza del 4 ottobre 2023. Il ricorrente contestava che il giudice della cognizione avesse in concreto tenuto conto della continuazione e della condanna anche per il reato indicato al capo A) (art. 4 legge n. 110/1975) pur avendo a carico solo il capo B), paragonando la sua posizione a quella del coimputato Giovanni Sorce al quale era stata contestata e riconosciuta la recidiva, con conseguente attribuzione di una porzione di pena riferita a un reato non contestato al ricorrente
La decisione
La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso ritenendolo infondato. Ha confermato che la misura della pena è stata determinata in relazione ai reati effettivamente contestati a ciascun imputato: Nicholas è stato giudicato e sanzionato per il solo capo B), mentre Giovanni per i capi A) e B). La Corte ha rilevato che dalla motivazione della sentenza di merito non emerge alcuna concreta applicazione dell'aggravante della recidiva nella determinazione della pena (mancanza di riferimento al suo incremento o a un giudizio di comparazione con le attenuanti). Pertanto non può ritenersi che la pena di Nicholas includa una porzione riferibile al reato non contestato. Esito: rigetto del ricorso e condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali
Norme richiamate
art. 4 legge n. 110 del 1975
La norma è richiamata quale riferimento al reato indicato al capo A); la Corte verifica se tale reato sia stato effettivamente contestato e applicato al ricorrente e conclude che non risultano elementi che indichino condanna o applicazione della pena per quel capo a Nicholas Sorce
art. 133 cod. pen.
Richiamato come criterio generale di quantificazione della pena. La sentenza di merito ha fatto riferimento ai criteri dell'art. 133 in termini generici; la Corte osserva che l'uso omogeneo di tali criteri per entrambi gli imputati non prova che siano stati applicati uniformemente con gli stessi effetti quando i capi contestati erano diversi
Massime di principio
- La rideterminazione della pena in sede di esecuzione richiede elementi concreti che attestino che il giudice della cognizione abbia effettivamente applicato e quantificato la pena anche per reati non formalmente ascritti al singolo imputato; mere similitudini o confronti con la pena di un coimputato non sono sufficienti
- Per ritenere operante un'aggravante (es. recidiva) occorre che risulti nella motivazione della sentenza la sua concreta applicazione, anche solo attraverso un giudizio di comparazione con le attenuanti; l'aggravante non può essere presunta
- Il giudice dell'esecuzione ha un potere verificatorio limitato: deve accertare se dalla motivazione emerga oggettivamente un errore nella determinazione della pena rispetto ai reati contestati, non può sostituirsi al giudice della cognizione per riformulare la motivazione
- Quando la sentenza di merito indica pene diverse per coimputati, va ricercata la ragione concreta nella motivazione (diversi capi contestati, applicazione di aggravanti/attenuanti); l'assenza di espliciti riferimenti a fattori aggravanti impedisce di attribuirne gli effetti ad altri imputati
- Chi chiede la rettifica della pena in esecuzione deve fornire una chiara dimostrazione che la motivazione della sentenza abbia effettivamente considerato e applicato elementi non giustificati dai capi di imputazione del richiedente
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