Cassazione Penale, Sentenza n. 24706/2023 del 08/06/2023
Sintesi
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Favorevole al resistente
La controversia
Il ricorrente chiedeva la declaratoria di ne bis in idem e la revoca della sentenza di condanna (GIP Trib. Milano n. 3078/2016, irrevocabile il 12/12/2017, pena complessiva anni 2 e mesi 6) per il capo 4 di imputazione (art. 73 DPR n. 309/1990, fatto del 15/12/2015), sostenendo che quegli stessi fatti fossero stati già puniti con la sentenza della Corte di Appello di Milano del 12/03/2021 (irrev. 11/11/2021) per il reato ex art. 73 DPR 309/1990 — quindi prospettando l'identità di fatto tra l'acquisto e la detenzione della stessa sostanza stupefacente.
La decisione
Il ricorso per cassazione è stato rigettato. La Corte ha confermato che non sussiste il ne bis in idem perché le condotte contestate (detenzione accertata in dicembre 2015 e plurime condotte di acquisto dal giugno 2015 in poi) sono distinte per elementi temporali, di contesto e, in fatto, per le modalità e quantomeno non è stato dimostrato che si tratti della medesima sostanza/quantità. La Corte ha richiamato orientamenti giurisprudenziali secondo cui l'art. 73 DPR 309/1990 è una norma a più fattispecie: le diverse condotte sono autonome salvo che un unico fatto concreto integri senza soluzione di continuità più azioni aventi per oggetto la stessa sostanza. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali ai sensi dell'art. 616 c.p.p.
Norme richiamate
art. 73 DPR n. 309 del 1990
La norma abbraccia più fattispecie (detenzione, acquisto, cessione ecc.). Le condotte previste sono autonome e costituiscono reati distinti salvo che risultino coesive in un unico fatto concreto senza apprezzabile soluzione di continuità e aventi per oggetto la medesima sostanza/quantità
art. 669 cod. proc. pen.
Richiamata dal ricorrente come norma violata nella prospettazione di cassazione; la Corte non ha ritenuto sussistente la violazione denunciata e ha quindi respinto il motivo che si fondava su tale presunta errata applicazione
art. 616 cod. proc. pen.
Norma invocata per la condanna alle spese processuali a carico del ricorrente per il rigetto del ricorso
Massime di principio
- Per configurare il ne bis in idem serve identità del fatto intesa in senso naturalistico: coincidenza di tempo, luogo e persone; diversità anche temporale o spaziale integra fatto diverso
- L'art. 73 DPR 309/1990 è norma a più fattispecie: acquisto, detenzione e cessione possono essere reati autonomi se non sono la medesima azione senza soluzione di continuità sulla stessa sostanza/quantità
- La mera coincidenza di inquadramento normativo (stessa norma formale) non è sufficiente a escludere la pluralità di reati quando le condotte sono distinte nei fatti
- Per affermare la 'identità naturalistica' spetta al ricorrente dimostrare che si tratta dello stesso quantitativo/medesima sostanza e della stessa vicenda fattuale senza soluzione di continuità
- Anche se le varie condotte sono riconducibili a un unico disegno criminoso, ciò non impedisce che si tratti di reati distinti, salvo che vi sia assorbimento per continuità e medesime caratteristiche materiali
- In cassazione è rischioso fondare il ricorso su argomentazioni di identità astratta: la valutazione fattuale sul tempo, sul luogo, sulle quantità e sulle prove è decisiva e frequentemente assorbente per la decisione
- Ricorsi infondati possono comportare la condanna alle spese processuali ai sensi dell'art. 616 c.p.p.; valutare la fondatezza fattuale prima di proporre impugnazioni basate su ne bis in idem
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