Sentenza n. 2319/2026 - Catania, Sezione 3
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeAtto impugnato: ordinanza comunale di sospensione immediata dell’attività commerciale e di inibizione all’utilizzo della licenza, nonché delibera consiliare richiamata nei limiti dell’interesse
Esito
Favorevole al resistente (comune)
Prevale l’amministrazione
La controversia
La società ricorrente gestiva l’attività di ristorazione in forza di un contratto di affitto di ramo d’azienda stipulato con la società titolare della licenza commerciale. Il Comune aveva disposto la sospensione immediata dell’attività e l’inibizione all’utilizzo della licenza, richiamando l’avvio di un procedimento di sospensione della licenza per il mancato pagamento di tributi e canoni comunali e applicando una disposizione del regolamento comunale. La ricorrente deduceva violazione di legge, illegittimità del regolamento comunale, lesione del legittimo affidamento, travisamento dei fatti e difetto di motivazione. Nel corso del giudizio il Comune adottava prima un provvedimento di sospensione della licenza per novanta giorni e poi un provvedimento di revoca definitiva della licenza, con ordine di cessazione immediata e definitiva dell’attività; quest’ultimo atto veniva notificato anche alla ricorrente, che non lo impugnava.
La decisione
Il TAR ha dichiarato il ricorso improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse, senza esaminare nel merito le censure dedotte. La revoca definitiva della licenza commerciale, divenuta incontestata e definitiva nei confronti della titolare del titolo, ha eliminato il presupposto giuridico indispensabile per la prosecuzione dell’attività esercitata dalla ricorrente. La società, infatti, non era titolare della licenza, ma soltanto affittuaria del ramo d’azienda e gestore dell’attività in forza del titolo intestato alla concedente. Di conseguenza, anche l’eventuale annullamento dell’originaria sospensione non avrebbe procurato alla ricorrente alcuna utilità concreta e attuale, poiché la licenza necessaria per l’esercizio dell’attività era ormai definitivamente venuta meno. Le spese sono state integralmente compensate in ragione dell’esito in rito e della peculiarità delle questioni trattate.
Norme richiamate
art. 35, comma 1, lett. c, c.p.a.
Consente la definizione del giudizio con declaratoria di improcedibilità quando, nel corso del processo, viene meno l’interesse alla decisione.
art. 85, comma 9, c.p.a.
Richiamato dal giudice nell’ambito della disciplina della decisione del giudizio.
art. 56 c.p.a.
Disciplina le misure cautelari monocratiche; l’istanza cautelare era stata respinta per la genericità delle deduzioni sul pregiudizio grave e irreparabile.
Massime di principio
- Il ricorso avverso un provvedimento di sospensione di un’attività è improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse quando, nelle more del giudizio, venga definitivamente revocato il titolo abilitativo necessario per esercitare l’attività e tale revoca non sia stata impugnata.
- L’annullamento dell’originario provvedimento di sospensione non conserva un’utilità concreta e attuale se il titolo autorizzatorio presupposto è stato definitivamente eliminato, impedendo comunque la ripresa dell’attività.
- Il soggetto che gestisce un’attività in forza di un titolo intestato a un altro soggetto, quale affittuario di ramo d’azienda, non può ottenere una concreta utilità dall’annullamento della sospensione quando il titolo del dante causa sia stato definitivamente revocato.
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La sintesi è generata dall'AI di Trovanorma a partire dal testo pubblicato da Giustizia amministrativa, ha finalità informative e non sostituisce la lettura del documento né un parere professionale: fa fede il testo ufficiale.
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