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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 18446/2025 del 16/05/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

La ricorrente ha chiesto la riparazione per ingiusta detenzione sostenendo di aver subito, tra custodia cautelare e arresti domiciliari (13/01/2017-16/12/2020), un periodo eccedente rispetto alla pena definitiva (eccedenza di anni 1, mesi 3 e gg. 4), essendo stata condannata definitivamente a anni 2 e mesi 8 per il reato di cui all'art. 73, comma 4, d.P.R. 309/90. Ha invocato la pronuncia Corte Cost. n.219/2008 e censurato l'ordinanza della Corte d'appello per mancata valutazione se la sua condotta abbia inciso sulla protrazione della misura cautelare, nonché per violazione del principio di uguaglianza ex art. 3 Cost. Il motivo di cassazione lamentava errore di applicazione degli artt. 314, 125, comma 3 e 546, comma 3, c.p.p., e la mancata considerazione della lealtà processuale e dell'irrilevanza delle intercettazioni.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha confermato il principio consolidato che la custodia cautelare eccedente la pena definitiva è astrattamente indennizzabile in base alla sentenza Corte Cost. n.219/2008, ma che il diritto alla riparazione è escluso quando nella condotta del richiedente si rinvengano dolo o colpa grave che abbiano avuto efficacia causale nell'adozione o nella protrazione della misura. Nel caso concreto la Corte d'appello aveva motivatamente ritenuto sussistente colpa grave: Zampaglione era stata condannata per traffico di stupefacenti (seppur per sostanza 'leggera'), aveva ammesso di aver svolto il ruolo di 'staffetta' due volte e di intrattenere rapporti con i coimputati; tale comportamento, per la sua equivocità, poteva aver concorso sia all'adozione sia al mantenimento della custodia cautelare. La valutazione di merito non è risultata manifestamente illogica o contraddittoria, pertanto non sono emersi vizi di diritto tali da riformare l'ordinanza di rigetto.

Norme richiamate

  • art. 314 cod. proc. pen.

    Richiamato nel contesto della disciplina della riparazione per ingiusta detenzione; la Corte Costituzionale n.219/2008 ha sancito l'illegittimità della parte che subordinava sempre la riparazione al proscioglimento nel merito, precisando che la condizione di condannato incide sul quantum e non sull'an debeatur.

  • art. 73, comma 4, d.P.R. 309/90

    Norma sostanziale che ha rilevanza nel determinare la pena definitiva irrogata alla ricorrente; il fatto di essere stata condannata per tale fattispecie è stato considerato elemento probatorio della sussistenza di una condotta idonea a integrare colpa grave relativa alla custodia.

  • art. 74 d.P.R. 309/90

    Riferimento alla contestazione associativa; la Corte ha valutato complessivamente le imputazioni e le condotte emerse nel processo ai fini dell'accertamento della colpa grave.

  • art. 125, comma 3, cod. proc. pen.

    Richiamato nel motivo di cassazione come norma procedurale pertinente; la Corte ha comunque confermato che la valutazione circa l'esistenza di cause ostative (dolo o colpa grave) è questione di merito da motivare.

  • art. 546, comma 3, cod. proc. pen.

    Richiamato nel motivo di cassazione; la decisione di rigetto è stata ritenuta conforme ai principi processuali applicabili e adeguatamente motivata.

  • art. 3 Cost.

    Invocato dalla ricorrente per censurare una supposta disparità di trattamento; la Corte di Cassazione ha richiamato la giurisprudenza costituzionale che impone ragionevolezza nella disciplina della riparazione e ha ritenuto che l'operato della Corte di merito non abbia violato il principio di uguaglianza.

  • Corte Cost. sent. n. 219/2008

    Principale riferimento giurisprudenziale: ha dichiarato incostituzionale la norma che subordinava la riparazione sempre al proscioglimento, stabilendo che la detenzione cautelare eccedente la pena è indennizzabile a prescindere dall'esito del merito, salva l'esistenza di dolo o colpa grave del detenuto che abbia influito causalmente sulla misura.

  • Giurisprudenza di legittimità (es. Sez.4 n.32136/2017; Sez. U n.34559/2002)

    Confermano che il diritto alla riparazione sussiste per detenzione eccedente la pena, ma è escluso se si riscontra nella condotta del richiedente dolo o colpa grave con efficacia causale sulla misura; inoltre sottolineano il principio di responsabilità sociale che limita il beneficio se il pregiudizio è cagionato dal richiedente.

Massime di principio

  • La detenzione cautelare che eccede la pena definitiva è astrattamente indennizzabile: l'an debeatur sussiste anche per il condannato, secondo Corte Cost. n.219/2008.
  • Il diritto alla riparazione è escluso se emergono dolo o colpa grave del detenuto che abbiano avuto efficacia causale nell'adozione o nella protrazione della misura cautelare; l'accertamento è di merito e va motivato.
  • La valutazione dell'esistenza di colpa grave può fondarsi su ammissioni dell'imputato, ruolo operativo nei fatti (es. staffetta), rapporti con coimputati e condotte che abbiano reso prevedibile l'intervento dell'autorità.
  • Non è sufficiente l'asserita lealtà processuale o il confronto con misure non adottate nei confronti di altri coimputati: occorre una valutazione concreta e motivata del nesso causale tra comportamento e misura cautelare.
  • La qualificazione delle prove (intercettazioni, dichiarazioni, ammissioni) e la loro attinenza al fatto contestato rientrano nella discrezionalità tecnica del giudice di merito e sono sindacabili in Cassazione solo per vizi logico-giuridici manifesti.
  • Distinguere tra 'an debeatur' e 'quantum debeatur': l'essere condannato può influire sulla quantificazione dell'indennizzo ma non necessariamente sull'esistenza del diritto alla riparazione.

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