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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 16112/2023 del 17/04/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Ricorso per riparazione per ingiusta detenzione subita in relazione a due reati di furto; l'ordinanza impugnata aveva rigettato la domanda di indennizzo ritenendo sussistenti elementi che avrebbero fatto sorgere il sospetto di responsabilità del ricorrente (annotazione telefonica "Rilla" su cellulare di un complice, chiamata il 17/04/2008, rinvenimento del ricorrente nell'abitazione di Rus Costantin e mancata indicazione di un alibi). Il ricorrente deduceva vizio di motivazione e travisamento dei fatti e sosteneva che gli elementi indicati erano mere supposizioni e non integravano dolo o colpa grave.

La decisione

La Corte di cassazione ha accolto il ricorso, ritenendo la motivazione dell'ordinanza impugnata generica e insufficiente: l'identificazione tra la rubrica Rilla e il ricorrente non è stata provata; la presenza del ricorrente nell'abitazione di Rus Costantin era episodica e successiva ai fatti e non dimostrava consapevolezza dell'attività criminale altrui; l'omessa allegazione dell'alibi non costituisce obbligo e quindi non può integrare colpa grave ai fini dell'esclusione dell'indennizzo. L'ordinanza è stata annullata e la causa rinviata alla Corte di appello di Torino per nuovo giudizio, demandando a quest'ultima la regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità.

Norme richiamate

  • art. 314 cod. proc. pen.

    La norma disciplina l'indennizzo per ingiusta detenzione; la Corte richiama che la colpa grave del detenuto esclude l'indennizzo, ma l'omessa allegazione di un alibi non integra di per sé tale colpa

  • art. 24 Cost.

    Riferimento al principio nemo tenetur se detegere; la Corte sottolinea che non incombe all'indagato l'obbligo di fornire un alibi

  • Giurisprudenza consolidata (Sez. U, n. 34559 del 26/06/2002, De Benedictis; Sez. 4, n. 3359 del 22/09/2016, La Fornara; Sez. 4, n. 12228 del 10/01/2017, Quaresima; Sez. 4, n. 46410 del 01/12/2021)

    Rv. 222263 - 01; Rv. 268952 -01; Rv. 270039 - 01

    Principi secondo cui il giudizio di riparazione è autonomo rispetto al giudizio penale di cognizione e richiede una valutazione ex ante della responsabilità per dolo o colpa grave; il giudice di merito deve motivare adeguatamente l'apprezzamento degli elementi che si ritengono idonei a far sorgere l'apparenza di colpevolezza

Massime di principio

  • Il giudizio per la riparazione dell'ingiusta detenzione è autonomo rispetto al giudizio penale: il giudice valuta se vi sia stata condotta dolosa o colposa grave che abbia causato la misura cautelare, non se il reato sia stato commesso.
  • Elementi indiziari vaghi o episodici (es. annotazioni di rubrica, chiamate telefoniche non chiaramente identificate, presenza occasionale presso l'abitazione di terzi) sono insufficienti a fondare la decisione di escludere l'indennizzo salvo motivazione rigorosa che ne dimostri la pertinenza causale con il provvedimento restrittivo.
  • L'omessa allegazione di un alibi da parte dell'indagato non costituisce obbligo né automaticamente colpa grave: non può essere usata di per sé per escludere l'indennizzo.
  • Il giudice della riparazione deve fornire motivazione specifica e congrua circa la idoneità dei fatti e degli elementi a far sorgere la falsa apparenza di responsabilità, indicando il nesso causale con l'adozione della misura cautelare.
  • Se la motivazione è generica o contraddittoria, la decisione deve essere annullata e il giudizio rimandato al merito per nuovo esame.

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