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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 05377/2026 del 10/02/2026

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente impugna la conferma, in sede di misure di prevenzione, della confisca dei suoi beni disposta dal Tribunale di Bari (18/09/2024). Deduce: 1) violazione delle prerogative difensive per omessa motivazione sulla mancata escussione dei testimoni richiesti dalla difesa, ritenuti decisivi per dimostrare la capacità di risparmio negli anni antecedenti al 1997 (redditi agrari senza obbligo IRAP); 2) vizio nella valutazione della pericolosità sociale e della sproporzione patrimoniale: la pericolosità sarebbe stata motivata con precedenti episodici e reati per i quali vi sarebbero stati proscioglimenti, senza indicare l'inizio della pericolosità rispetto agli acquisti (1993, 1995); inoltre la Corte non si sarebbe confrontata con la consulenza e la documentazione difensiva attestante l'attività di imprenditore agricolo e i relativi redditi.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché proposto con motivi non consentiti e comunque manifestamente infondati. Ha ricordato il limite del sindacato di legittimità nei procedimenti di prevenzione (ricorso ammesso solo per violazione di legge) e che in sede di cassazione è sindacabile soltanto la mancanza o l'apparenza della motivazione. La Corte ha ritenuto la motivazione del giudice d'appello ampia e adeguata: ha ricostruito la pericolosità sociale di Darsini sulla base di precedenti penali e di condotte lucrogenetiche (ricettazioni, furti di valore, reati in materia di stupefacenti, coltivazioni di marijuana su terreni oggetto di confisca) e ha spiegato perché i redditi agricoli invocati non fossero probatori della liceità delle spese (documentazione insufficiente, stime presuntive del consulente, assenza di dichiarazioni fiscali dal 1997 e possibilità che i beni produttivi di reddito fossero stati acquistati con proventi illeciti). Ha richiamato il principio secondo cui, una volta accertata la sproporzione, grava sul destinatario la prova della legittima provenienza delle risorse e che la mera allegazione di plusvalenze da operazioni commerciali non è sufficiente in mancanza della tracciatura delle risorse iniziali. Conseguenze: ricorso inammissibile, condanna alle spese processuali e pagamento di 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.

Norme richiamate

  • decreto legislativo 6 settembre 2011 n. 159

    Il d.lgs. 159/2011 (codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione) è stato applicato per qualificare il ricorrente come soggetto socialmente pericoloso (art.1, comma 1, lett. b) ) e per estendere la confisca ai beni che risultano frutto di attività illecite o ne costituiscono il reimpiego (art.24).

  • legge 27 dicembre 1956 n. 1423 (art.4)

    Richiamata per ribadire che nel procedimento di prevenzione il ricorso per cassazione è ammesso solo per violazione di legge; in particolare il sindacato sulla motivazione è limitato alla mancanza o apparenza della motivazione.

  • legge 31 maggio 1965 n. 575 (art.3 ter, secondo comma)

    Richiamata in combinato con la legge 1423/1956 per delimitare l'ambito di ammissibilità del ricorso in materia di misure di prevenzione.

  • art. 10, comma 3, d.lgs. n.159 del 2011

    Richiamato per confermare i limiti del sindacato di legittimità sulle motivazioni nei procedimenti di prevenzione.

  • art. 24 d.lgs. 159/2011

    Interpretato nel senso che rientrano tra i beni passibili di confisca anche quelli che risultino frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego; pertanto redditi derivanti da tali beni non possono essere utilizzati a giustificare la provenienza lecita di altri acquisti.

  • art. 606, comma 1, lett. e) codice di procedura penale

    Richiamato per spiegare che l'illogicità manifesta della motivazione (lett. e) non è sindacabile nel ricorso per cassazione nei procedimenti di prevenzione, salvo il caso di motivazione inesistente o meramente apparente.

Massime di principio

  • Nel processo di prevenzione gli appelli per cassazione sono ammessi solo per violazione di legge: il sindacato sul merito motivazionale è molto limitato e riguarda solo la mancanza o l'apparenza della motivazione.
  • La mancata escussione di testi richiesti dalla difesa non determina automaticamente vizio se il giudice d'appello motivate adeguatamente la ragione dell'omissione (ad es. comprovata inutilità o inadeguatezza probatoria delle dichiarazioni richieste).
  • Quando il giudice accerta la sproporzione tra redditi e acquisti, l'onere probatorio si sposta sul destinatario della misura affinché dimostri in modo documentale e tracciabile la legittima provenienza delle risorse; mere stime, dichiarazioni orali o presunzioni non sono sufficienti.
  • I redditi prodotti da beni che risultino essi stessi acquistati con proventi illeciti non possono essere utilizzati per giustificare la liceità di successivi investimenti: il principio del reimpiego limita la rilevanza dei redditi derivanti da beni 'viziati'.
  • La presenza di precedenti penali rilevanti e di condotte lucrogenetiche nel periodo temporale pertinente rafforza la qualificazione di pericolosità sociale e la giustificazione della confisca preventiva.
  • In situazioni analoghe è fondamentale produrre documentazione fiscale e contabile completa e continuativa (dichiarazioni, fatture, registri) per dimostrare la provenienza lecita dei mezzi impiegati negli acquisti; l'assenza di tale documentazione espone al rigetto delle allegazioni difensive.
  • Promuovere ricorsi inammissibili o con motivi non consentiti può comportare condanne alle spese e sanzioni pecuniarie per il ricorrente.

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