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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 21307/2025 del 06/06/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il Procuratore ha impugnato l'assoluzione pronunciata con la sentenza indicata, deducendo violazione di legge (in relazione agli artt. 385 e 49, secondo comma, cod. pen.) e vizio di motivazione. Si è contestato che il Tribunale avesse erratamente ritenuto assenti il dolo del delitto di evasione e l'offensività della condotta, avendo il giudice di merito aderito a un orientamento giurisprudenziale minoritario secondo cui non configurerebbe evasione l'allontanamento finalizzato a presentarsi immediatamente alle autorità o a farsi riportare in carcere.

La decisione

La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso fondato. Ha richiamato il principio costante secondo cui il delitto di evasione è reato istantaneo a effetti permanenti e si consuma con l'allontanamento volontario e ingiustificato dall'abitazione o dal luogo di detenzione; per la configurabilità è sufficiente il dolo generico e il fine perseguito dall'agente è irrilevante. Nel caso concreto Cartieri, ristretto in una comunità terapeutica, si era allontanato senza giustificato motivo in due occasioni, era stato rinvenuto a circa 1 km e non si era recato immediatamente presso un'autorità né aveva chiesto esplicitamente l'intervento degli operatori per essere riportato in carcere: pertanto vi fu effettiva sottrazione alla vigilanza. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per nuovo giudizio al Tribunale di Vercelli in diversa composizione.

Norme richiamate

  • art. 385 cod. pen.

    Richiamato nel ricorso; dal testo non emerge una specifica interpretazione analitica di tale articolo, se non il suo richiamo come parte della doglianza tesa a censurare la motivazione del giudice di merito

  • art. 49, secondo comma, cod. pen.

    La Corte interpreta la questione dell'elemento soggettivo richiamando il principio che per il delitto di evasione è sufficiente il dolo generico; quindi l'eventuale finalità perseguita dall'agente (es. voler tornare in carcere) non esclude automaticamente la responsabilità quando sussiste volontarietà nell'allontanamento e reale sottrazione alla vigilanza

Massime di principio

  • Il delitto di evasione si configura quando l'agente si allontana volontariamente e senza giustificato motivo dal luogo in cui è sottoposto a restrizione: è sufficiente il dolo generico, il fine perseguito è in genere irrilevante.
  • L'offensività della condotta va valutata concretamente: se l'allontanamento determina una effettiva sottrazione alla vigilanza o agli obblighi della misura alternativa, l'elemento materiale e l'offensività sono integrati.
  • L'orientamento secondo cui non integra evasione l'allontanarsi per recarsi immediatamente presso l'autorità o per farsi riportare in carcere è minoritario e applicabile solo quando vi sia una immediata e documentabile manifestazione di voler presentarsi alle forze dell'ordine o ottenere il ritorno in carcere senza alcuna effettiva sottrazione alla vigilanza.
  • In giudizio la valutazione deve basarsi sui fatti concreti: tempi, modalità dell'allontanamento, distanze percorse, contatti con le autorità o con il personale di vigilanza, e se l'agente ha ostacolato o eluso il controllo.
  • Per la difesa, è strategico dimostrare l'assenza di reale sottrazione alla vigilanza (es. richiesta immediata di intervento alle autorità, comportamento che dimostri volontà di collaborare) o l'assenza del dolo; per l'accusa è importante provare che l'allontanamento ha effettivamente eluso la misura di controllo.
  • In caso di decisione di merito favorevole all'imputato basata su un orientamento minoritario, la Corte di cassazione può annullare e rinviare se ritiene che i fatti accertati costituiscano comunque evasione secondo l'orientamento maggioritario.

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