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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 03358/2026 del 28/01/2026

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

I ricorrenti impugnavano la sentenza d'appello che aveva: (1) unificato in un unico rapporto corruttivo le condotte ascritte ai capi b) e c) (corruzione ex art. 319 c.p.), con conseguenze sulla prescrizione e sulla cornice edittale; (2) ritenuto attendibili le dichiarazioni collaborative (soprattutto di Angelo Grillo) e i riscontri esterni (pagamenti, viaggi, liquidazione fatture); (3) applicato l'aggravante di cui all'art. 319-bis c.p.; (4) escluso la riqualificazione in art. 318 c.p. proposta dalla difesa; inoltre la Mincione contestava la mancata applicazione della continuazione esterna rispetto ad una sentenza definitiva pregressa. Le censure vertevano su violazione del diritto di difesa per "decisione a sorpresa" (richiamando la sentenza CJEU BK C-175/22), travisamento della prova, vizio di motivazione sulla qualificazione giuridica (318 vs 319), errore in tema di prescrizione e errata applicazione delle norme procedurali (art. 521, 546, 192 c.p.p.).

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi proposti da Vincenzo Maria Ferraro e Giuseppe Gambardella, confermando la valutazione del merito: esistenza di un unico accordo corruttivo fra i pubblici ufficiali e il privato (Angelo Grillo), attendibilità globale delle dichiarazioni collaborative e dei riscontri esterni (viaggi, pagamenti in contanti, tempi di liquidazione delle fatture), corretta applicazione dell'art. 319 c.p. e dell'aggravante di cui all'art. 319-bis. Ha ritenuto infondati i profili di "decisione a sorpresa" e di travisamento della prova, richiamando la giurisprudenza sulla prevedibilità della riqualificazione giuridica e sui limiti del sindacato in Cassazione. Sul punto della prescrizione e della vigenza della legge 190/2012, la Corte ha ricordato che, quando la dazione segue la promessa, il momento consumativo (e quindi la cornice sanzionatoria) si ancorano all'ultima dazione: pertanto l'applicazione della norma più grave vigente al momento dell'ultima dazione è corretta se si è in presenza di un unico rapporto corruttivo. Diversamente, il ricorso di Assunta Mincione è stato accolto limitatamente alla mancata valutazione in appello della possibile applicazione della continuazione esterna con una sentenza definitiva successiva (la questione era stata proposta in udienza nelle conclusioni): la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza impugnata solo su questo punto, disponendo che altra Sezione della Corte d'appello di Napoli riesamini la questione della continuazione esterna. In sintesi: Ferraro e Gambardella: ricorsi respinti; Mincione: accoglimento parziale (annullamento con rinvio limitato alla mancata pronuncia sulla continuazione esterna).

Norme richiamate

  • art. 319 cod. pen.

    Raggruppamento delle condotte come reato di corruzione propria: la Corte ha ritenuto che le dazioni ripetute e le condotte dei pubblici ufficiali costituiscano manifestazioni di un unico accordo corruttivo, consumato al momento dell'ultima dazione (termine da cui decorre la prescrizione).

  • art. 319-bis cod. pen.

    Aggravante applicata dalla Corte di merito (confermata): la fattispecie aggravata è stata ritenuta configurabile nell'ambito dell'accordo corruttivo accertato.

  • art. 318 cod. pen.

    Contestata dai ricorrenti come alternativa meno grave; la Corte ha ribadito il criterio di specialità: se sono individuati atti specifici contrari ai doveri d'ufficio l'ipotesi da preferire è l'art. 319 (corruzione per atto contrario), mentre l'art. 318 resta applicabile alle fattispecie di "vendita della funzione" generica.

  • art. 353 cod. pen.

    Riferito come reato funzionale (turbata libertà degli incanti) nel giudizio di primo grado: serviva a qualificare le collusioni che agevolavano l'aggiudicazione e costituiva retroscena fattuale a sostegno delle accuse di corruzione.

  • art. 110 cod. pen.

    Richiamato nella ricostruzione delle varie posizioni di concorso nel reato; la Corte ha trattato profili di concorso e prescrizione collegati alle diverse imputazioni.

  • art. 521 cod. proc. pen.

    Norma che consente al giudice di dare al fatto una diversa qualificazione giuridica in sentenza: la Corte ha ritenuto legittima la riqualificazione in esito al libero apprezzamento del merito, purché la nuova qualificazione fosse prevedibile e non abbia creato un'effettiva sorpresa lesa nel diritto di difesa.

  • art. 546 cod. proc. pen.

    Richiama gli obblighi motivazionali relativi all'accertamento e al momento consumativo: la Corte ha respinto le doglianze per presunta carenza motivazionale, ritenendo che il giudice abbia adeguatamente illustrato il momento consumativo riferendolo all'ultima dazione nel contesto dell'accordo unitario.

  • art. 192 cod. proc. pen.

    Regole sulla valutazione delle dichiarazioni: la Cassazione ha ritenuto che il giudice di merito abbia correttamente valutato attendibilità, riscontri e convergenze delle dichiarazioni dei coimputati, senza vizio insanabile.

  • Direttiva 2012/13/UE, art. 6, par. 4

    Richiamata dalla difesa tramite la sentenza CJEU BK; la Corte ha ritenuto che la pronuncia della Corte di Giustizia non mutasse l'esito quando la nuova qualificazione è prevedibile e non ha cagionato un concreto pregiudizio alla difesa, ribadendo il principio che la riqualificazione non viola il diritto di difesa se l'imputato ha potuto controbattere nel merito.

  • Legge 190 del 6 novembre 2012 (riforma anticorruzione)

    Rilevante ai fini del trattamento sanzionatorio: la Corte ha confermato che, se la dazione dell'utilità è avvenuta dopo l'entrata in vigore della norma più grave, tale norma più rigorosa è applicabile se le dazioni sono manifestazioni dell'accordo unico.

  • art. 656, comma 5 cod. proc. pen.

    Richiamato con riferimento agli effetti pratici della somma algebrica delle pene: la mancata valutazione della continuazione esterna può incidere sull'esecuzione della pena e sui benefici (es. sospensione ordine di esecuzione).

Massime di principio

  • La riqualificazione giuridica del fatto operata dal giudice di merito non costituisce automaticamente violazione del diritto di difesa se la nuova qualificazione era prevedibile e l'imputato ha avuto possibilità di difendersi sulle risultanze probatorie: il rimedio resta l'impugnazione, ma occorre dimostrare la concreta "sorpresa" e il pregiudizio difensivo.
  • Quando le dazioni di utilità sono riconducibili a un unico accordo corruttivo diluito nel tempo, il reato è da considerare unitario e il momento consumativo si identifica con l'ultima dazione; da ciò discendono il regime della prescrizione e l'applicazione della legge più grave vigente all'ultimo atto.
  • La distinzione tra art. 318 (vendita della funzione) e art. 319 (corruzione per atto contrario) dipende dalla individuazione di atti specifici contrari ai doveri d'ufficio: se esistono atti determinati o determinate modalità di condotta che hanno alterato la procedura, è preferibile l'inquadramento in 319; se invece emerge solo un asservimento generico, è possibile la sussunzione in 318.
  • Le dichiarazioni collaborative/coimputati possono valere come pilastro probatorio se sono coerenti, costanti e trovano riscontri esterni anche non singolarmente "individualizzanti" ma convergenti sul nucleo fattuale; il giudice di merito deve motivare attendibilità e riscontri, e la Cassazione interviene solo per manifesta illogicità o travisamento radicale della prova.
  • Sul piano processuale, in presenza di pronunce definitive sopravvenute, la richiesta di applicazione della continuazione esterna può essere proposta anche tardivamente (es. in udienza) se la sentenza definitiva è intervenuta dopo il deposito dei motivi d'appello; il giudice deve valutare la questione proteggendo l'affidamento della parte e gli effetti sull'esecuzione della pena.
  • Il richiamo a principi europei (es. CJEU/Directive) impone ai giudici nazionali di evitare decisioni "a sorpresa", ma occorre sempre dimostrare in concreto il pregiudizio derivante dalla mancata informazione preventiva alla difesa: la Corte italiana richiede un'applicazione non puramente astratta del principio europeo.

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