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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 26640/2025 del 21/07/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente impugna la sentenza di condanna per il reato previsto dall'art. 10-ter d.lgs. n. 74/2000 sostenendo: 1) mancato dolo in quanto era mero prestanome (teste di legno) e dunque privo di coscienza e volontà del reato; 2) estinzione del reato per prescrizione anteriore alla pronuncia di secondo grado.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile, confermando la riforma della sentenza di primo grado operata dalla Corte di appello di Ancona che aveva condannato Anselmi per l'art. 10-ter d.lgs. n. 74/2000. La Corte d'appello, rinnovata l'istruttoria anche con l'esame di una funzionaria dell'Agenzia delle Entrate, ha ritenuto provato che il ricorrente: aveva accettato la carica di amministratore dietro corrispettivo; era consapevole della carenza di liquidità della società e delle condotte illecite perseguite dall'amministratore di fatto; conosceva gli adempimenti giuridici connessi alla carica; aveva esercitato la funzione per tre anni e partecipato a operazioni sul capitale (fusione per incorporazione). Da tali elementi è stata desunta la consapevolezza e l'accettazione del rischio collegato all'esercizio dell'attività imprenditoriale e della carica, quindi il dolo. Quanto alla prescrizione, il fatto è indicato come commesso il 27/12/2017; anche considerando il termine di sette anni e sei mesi e l'atto interruttivo (decreto di citazione a giudizio), il termine prescrizionale si sarebbe compiuto non prima del 27/06/2025, quindi successivamente alla decisione. Perciò il ricorso è stato dichiarato inammissibile; il ricorrente è stato condannato alle spese e gli è stato imposto, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., il versamento di una somma in via equitativa (importo non specificato nel testo).

Norme richiamate

  • art. 10-ter d.lgs. n. 74/2000

    art. 10-ter d.lgs. n. 74 del 2000

    Norma incriminatrice applicata per il reato tributario contestato; la Corte afferma che l'amministratore di diritto può essere ritenuto responsabile alla stregua dell'amministratore di fatto e che il dolo del prestanome può essere desunto dal complesso dei rapporti e dalle circostanze (accettazione della carica, durata, conoscenza della situazione aziendale, operazioni sul capitale).

  • art. 616 cod. proc. pen.

    Norma che prevede l'onere delle spese del procedimento per il ricorrente quando il ricorso è inammissibile e autorizza il giudice a disporre, in via equitativa, il pagamento di una somma a titolo di contributo, valutando l'eventuale colpa nella determinazione della causa di inammissibilità.

  • Sentenza Corte costituzionale 13/06/2000 n. 186

    Sentenza Corte costituzionale 13 giugno 2000, n. 186

    Richiamata per stabilire i criteri di valutazione circa l'irrogazione del contributo equitativo: nel caso di specie non sussistono ragioni per ritenere che il ricorso sia stato presentato con colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, per cui il versamento è determinato in via equitativa.

  • Sez. 3, n. 3098 del 05/11/2015 (Vanni)

    Sez. 3, n. 3098 del 05/11/2015, dep. 2016, Vanni, Rv. 265939 – 01

    Giurisprudenza che riconosce che il dolo del prestanome può essere di natura generica e desumibile dal complesso dei rapporti con l'amministratore di fatto.

  • Sez. 6, n. 15772 del 04/02/2025 (Bonofiglio)

    Sez. 6, n. 15772 del 04/02/2025, Bonofiglio, Rv. 287969 – 01

    Giurisprudenza citata per affermare che la macroscopica illegalità dell'attività e la consapevolezza di tale illegalità assumono valore decisivo nella ricostruzione del dolo del prestanome.

  • Sez. 3, n. 2570 del 28/09/2018 (Marni)

    Sez. 3, n. 2570 del 28/09/2018, Marni, Rv. 275830 – 01

    Ulteriore richiamo giurisprudenziale in tema di inferenza del dolo del prestanome dalle circostanze e dai rapporti con l'amministratore di fatto.

Massime di principio

  • La qualifica di 'prestanome' non esclude automaticamente il dolo: se il prestatore d'immagine ha accettato la carica dietro corrispettivo, ha svolto il ruolo per un certo periodo e ha preso parte ad operazioni societarie rilevanti, il dolo può essere desunto dalle circostanze e dai rapporti con l'amministratore di fatto.
  • Nelle fattispecie di reati tributari l'amministratore di diritto può rispondere come l'amministratore di fatto; la prova del dolo del prestanome può essere indiretta e fondata sul comportamento, sulla durata del mandato, sulla conoscenza della situazione finanziaria e sulle operazioni compiute.
  • Per la valutazione della prescrizione è necessario calcolare il termine a partire dalla data del fatto e tener conto degli atti interruttivi (es. decreto di citazione a giudizio); un conteggio corretto può rendere la prescrizione non ancora maturata alla data della decisione impugnata.
  • In sede di legittimità un ricorso manifestamente infondato o inammissibile può comportare l'obbligo di rifondere le spese processuali e il pagamento di una somma equitativa ai sensi dell'art. 616 c.p.p.; il giudice valuta la presenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità richiamando parametri della Corte Costituzionale.
  • Nel giudizio d'appello la rinnovazione dell'istruttoria (esame di testi e di documentazione amministrativa) può ribaltare una decisione di primo grado se emergono elementi nuovi o rivalutati che dimostrano la responsabilità dell'imputato.
  • Per chi assume incarichi formali in società: accettare la carica e svolgere concretamente attività di amministrazione espone a responsabilità penali connesse alla gestione societaria e fiscale, anche quando si dichiari di essere un mero rappresentante di facciata.

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