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Cassazione Civile, Ordinanza n. 22458/2026 del 30/06/2026

Giurisprudenza giuslavoristica

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

RIGETTO

Favorevole al resistente (lavoratrici)

La controversia

Tre dipendenti di una azienda sanitaria locale avevano agito per ottenere il risarcimento del danno da dequalificazione professionale, deducendo di essere state adibite in modo continuativo e prevalente a mansioni inferiori rispetto alla qualifica di infermiere professionale. Il Tribunale aveva respinto la domanda senza istruttoria, ritenendo la causa documentale; la Corte d'appello, in parziale riforma, aveva invece condannato la datrice di lavoro al risarcimento. In cassazione l'azienda sanitaria ha dedotto, con un unico motivo, violazione degli artt. 2103 e 2697 c.c. e degli artt. 115, 347 e 420 c.p.c., sostenendo che la Corte territoriale non aveva considerato le istanze istruttorie reiterate in appello, non aveva valorizzato la mancata contestazione delle allegazioni difensive e aveva erroneamente addossato alla datrice l'onere probatorio sull'esatto adempimento nell'assegnazione delle mansioni.

La decisione

La Corte di cassazione ha ritenuto il motivo in parte inammissibile e in parte infondato, osservando che la parte del ricorso definita come 'infondatezza della domanda' non integrava un autonomo motivo; che le censure ex art. 360 n. 3 c.p.c. erano formulate in modo generico, senza specifica illustrazione della violazione delle norme richiamate; che l'eventuale doglianza di omessa pronuncia sarebbe dovuta essere dedotta ex art. 360 n. 4 c.p.c.; e che la Corte d'appello aveva correttamente applicato i principi sull'onere della prova in tema di demansionamento, gravante sul datore di lavoro una volta allegato dal lavoratore l'inadempimento. È stato inoltre escluso, in fatto, che nella memoria di costituzione in appello vi fosse effettiva reiterazione della prova testimoniale. Il ricorso è stato quindi rigettato, con condanna della ricorrente alle spese e all'ulteriore contributo unificato.

Norme richiamate

  • art. 2103 c.c.

    regola l'assegnazione delle mansioni; una volta allegato dal lavoratore il demansionamento, spetta al datore provare l'esatto adempimento o la giustificazione dell'assegnazione a mansioni inferiori nei limiti consentiti dalla legge e dalla professionalità del dipendente.

  • art. 2697 c.c.

    la violazione è configurabile solo se il giudice attribuisce l'onere della prova alla parte sbagliata; nel caso di allegazione di dequalificazione, l'onere probatorio grava sul datore di lavoro.

  • art. 115 c.p.c.

    la sua violazione ricorre solo se il giudice decide in contrasto con la regola di disponibilità della prova, ad esempio usando prove non dedotte dalle parti o ignorando il divieto di prova officiosa al di fuori dei casi consentiti.

  • art. 347 c.p.c.

    richiamato nel ricorso, ma la Corte ha rilevato che non è stato sviluppato un effettivo argomento sulla sua specifica violazione.

  • art. 420 c.p.c.

    richiamato nel ricorso, ma senza specifica dimostrazione del contrasto della sentenza con la norma.

  • art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c.

    il motivo per violazione di legge deve indicare le norme asseritamente violate e spiegare in modo specifico come la sentenza se ne discosti.

  • art. 360, primo comma, n. 4 c.p.c.

    l'omessa pronuncia su domande, eccezioni o istanze va dedotta come error in procedendo e non come violazione di legge sostanziale.

  • art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c.

    non è il mezzo corretto per censurare una pretesa omessa pronuncia o per riesaminare il merito della valutazione probatoria nel caso trattato.

  • art. 1218 c.c.

    richiamato quale base del principio per cui il debitore/datore può liberarsi provando l'impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

  • art. 346 c.p.c.

    evocato dalla ricorrente in relazione alla reiterazione delle istanze istruttorie in appello, ma la Corte ha escluso in fatto che tale reiterazione risultasse dalla memoria depositata.

  • art. 13, comma 1-quater, d.P.R. n. 115/2002

    in caso di rigetto del ricorso, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per l'ulteriore contributo unificato.

Massime di principio

  • Nel giudizio di legittimità, il motivo ex art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c. deve contenere una specifica e argomentata dimostrazione del contrasto tra la decisione impugnata e le norme invocate; la mera elencazione di disposizioni asseritamente violate non è sufficiente.
  • La doglianza di omessa pronuncia su una domanda, eccezione o istanza deve essere veicolata come error in procedendo ex art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c., non come violazione di legge sostanziale.
  • In tema di demansionamento/dequalificazione del lavoratore, una volta allegato l'inesatto adempimento dell'obbligo di assegnazione delle mansioni, incombe sul datore di lavoro l'onere di provare l'esatto adempimento o la legittima giustificazione dell'assegnazione a mansioni inferiori.
  • Per configurare la violazione dell'art. 115 c.p.c. occorre dimostrare che il giudice abbia deciso sulla base di prove non dedotte dalle parti o comunque in aperta contraddizione con il principio di disponibilità della prova; non è sufficiente contestare la valutazione del materiale probatorio compiuta dal giudice di merito.
  • La violazione dell'art. 2697 c.c. è deducibile in cassazione solo se il giudice abbia invertito l'onere della prova rispetto alla corretta scomposizione tra fatti costitutivi ed eccezioni.

Come è indicizzato

MaterieDemansionamentoImpugnazioni
RamiLavoroProcesso civile
SottomaterieRicorso per cassazione
IstitutiOnere della provaBuona fede e correttezza

Testo integrale

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